Sed ista tonstrix, Ammiane, non tondet;
Non tondet, inquis? ergo quid facit? radit[295].
Non di meglio del resto aveva trattato lo stesso poeta, Marziale, il barbiere Eutrapelo nel seguente epigramma:
Eutrapelus tonsor dum circuit ora Luperci
Expungitque genas; altera barba subit[296].
Lo che dimostra che di buoni e grami barbieri ve ne erano allora come ve ne hanno di presente. L’epigramma adunque avrà sempre la propria attualità.
Di sarti finora gli scavi non rivelarono botteghe; di calzolajo se ne sospettò alcuna giusta quel che ne dirò tra breve, e così di tal’altre industrie e mestieri attinenti il vestire, e quel che si sterrerà per lo avanti, riguardando la parte più abitata dalla gente operaja, verrà forse facendo al proposito interessanti rivelazioni. Certo che nè le vestimenta, nè i calceamenti erano a que’ dì complicati come di presente, da richiedere specialità di artieri. L’importante quanto ai primi era la finezza della stofa onde si facevano tonache e mantelli, pepli e toghe e studio nel portarle onde si acquistasse grazia ed eleganza. Gli schiavi, le donne bastavano all’uopo e forse ognuno, anche del popolo, in sua casa poteva dalle proprie donne farsi preparare tutto quello che appunto riguardasse il vestimento. Circa alle vestimenta poi della gente rustica, ne abbiamo in Marco Porcio Catone, De Re Rustica, ricordati i nomi: Tunicæ, saga, centones, centiculi, manicæ de pellibus; e cuculli o cuculliones, pilei e galeri a berrette o cappelli che si portavano in testa, ed erano in tutti di pelli lanute. In quanto ai secondi, cioè a’ calzolai, si può dirne qualche parola, perchè in taluna pittura pompejana si vide riprodotta la forma di qualche calzare, ma sarà tra breve, come dissi, quando visiteremo la bottega del cuojajo o conciatore di pelli.
Presso le Prigioni, che abbiamo nell’undecimo Capitolo di quest’opera trovate nel Foro Civile Pompejano, vedesi un locale che fu designato siccome un ampio magazzeno in cui si vendevano tele e stofe ad uso proprio del vestire. Così fu interpretato l’uso di questo locale, fidandosi alla quantità dei buchi che vi si videro, che dovevano aver servito a sostenere gli armadj che contenevano quelle merci. Una pittura scoperta in Pompei, scrive Bonucci, fa per avventura allusione a questo Foro ed a questo magazzeno. Rappresenta un uomo in piedi, che tiene nelle mani un pezzo di stofa ch’egli offre ad una donna seduta. Questa mostra il desiderio di comperarla, ma fa osservare al mercante un difetto che si trova nel mezzo della merce, e il mercante cerca dissuaderla con ragioni che accompagna con gesti. Le due giovanette sedute, la servente che è dietro di esse, il gruppo di due altre donne che parlano con un uomo, e da ultimo i panneggiamenti che si scoprono nel fondo del quadro, possono indicare il luogo di che facciamo parola.
Tele e lane servivano alla confezione degli abiti: solo negli ultimi tempi, cioè a quelli dell’Impero, le matrone, comperandola a carissimo prezzo, usavano della seta che derivavano dall’Asia; ma questa consideravasi come merce di smoderatissimo lusso, perocchè costasse come l’oro. Ho già notato le maraviglie che si fecero quando nel circo vennero distesi velarii di seta: erano esse in ragione della preziosità e rarità della stofa.
Nel Vicolo del Panatico, al lato destro, vi è un piccolo stabilimento di lavanderia: per tale venne riconosciuto, abbenchè tutto vi fosse rovinato e nulla di particolare offra ad essere riferito. Due altre lavanderie pure non di grande importanza, stanno nel Vicolo della Maschera: più vasta è quella in Via del Lupanare e detta di Narciso, scoperta nel 1862 e così denominata da una superba statuetta di bronzo che si conserva al Museo, rappresentante infatti questo personaggio mitologico nell’atto che ascolta la voce lontana della Ninfa Eco, che vien considerata come una delle migliori rarità trovate negli scavi, sì che Dognée giungesse a dire: Les fouilles n’eussent-elles déterré que ce seul bronze, l’importation des principes immortelles de l’art grec dans le vieux monde romain eût été démontrée par une trace glorieuse dont la splendeur indique incontestablement l’illustre origine[297]. È una bottega, in cui si veggono vasche diverse di pietra, in due delle quali era l’acqua condotta da un tubo di piombo con un robinetto. Sotto di queste due vasche è un fornello; ma giustamente osserva Bréton, siccome il piombo non può sopportare un fuoco di troppo ardente, si deve supporre, che in questi due fornelli non si ponesse che della brace destinata solo a tener caldo il liquido, nel quale si lavavano le stofe di lana o di lino. Al disopra del lavatojo, nella muraglia, vi sono dei buchi, ne’ quali erano infissi dei chiodi per la biancheria. Il suolo della bottega ha un certo pendìo verso un lato, per ivi condurre le acque che vi scorrevano per uscire sulla via. A destra della bottega, è una cameretta, in mezzo alla quale è una tavola di marmo rettangolare d’un solo piede ornato d’un corno d’abbondanza e d’una pàtera con tracce di pitture. In fondo della stessa, scendendo quattro gradini, si entra in una vasta corte in cui si vedono le traccie dei chiodi cui si saran dovute accomandare le corde onde distendervi le biancherie ad asciugare.