Nella bottega sull’angolo della Via degli Augustali e del Lupanare, designata per quella del Conciapelli, coriarius o, come potrebbe essere, d’un calzolajo, giusta l’opinione di Fiorelli e di Overbeck, appartenente a Nonio Campano soldato della IX Coorte pretoriana, come era scritto in grandi caratteri rossi sulla bianca parete di essa, se non abbiamo speciali oggetti a rimarcare, tranne alcuni utensili propri a questo mestiere, l’argomento però ci obbliga a ricordare l’uso precipuo de’ suoi prodotti, cioè quello de’ calzari e scarpe.
Sutor chiamavasi l’artefice che cuciva in cuojo, adoperando la lesina, subula, e introducendo la setola, seta; onde sutrina la bottega di lui. Dalla diversa qualità del lavoro, dicevasi sutor crepidarius, o sutor caligarius, o anche calcearius; onde la parola nostra calzolajo. Facevansi pure da’ calzolai romani i coturni, ed erano essi stivali di greco modello, di cuoio, usualmente portato da’ cacciatori e copriva l’intero piede e la gamba sino al polpaccio, allacciandosi sul davanti ed arrovesciato in cima con una ritoccatura, ed una suola diritta atta ad uno o all’altro piede, utroque actus pedi, come scrive Servio scoliaste di Virgilio[298]. Uno stivale dello stesso genere, dice Rich, ma ornato con più cura, è assegnato talora dagli artisti greci a talune delle loro divinità, in ispecie a Diana, Bacco e Mercurio e dai Romani nello stesso modo alla Dea Roma ed ai loro imperatori, come un segno di divinità. Così furono adottati da Marco Antonio, quando si attribuì il carattere e gli attributi di Bacco[299]; ma però non eran portati dai Romani come parte del loro vestiario consueto. Cicerone biasima l’insolenza d’un Tuditano, che si mostra in pubblico cum palla et cothurnis[300]. Il coturno portato dagli attori tragici sulla scena, abbiam già visto avesse la suola di sughero. — I cacciatori, oltre il coturno, portavano anche l’ocrea, specie di moderne uose. Ocrea era anche la gambiera che copriva lo stinco dal malleolo sino a poco sopra il ginocchio: per lo più era di metallo e se ne scoprirono degli esemplari in Pompei.
Crepida, era un calzare che si componeva d’una suola alta, ornata di una bassa striscia di cuojo che copriva solo il fianco del piede, ma aveva un certo numero d’occhielli, ansæ, sul suo orlo superiore, attraverso i quali passava una correggia piatta, amentum, per allacciarla sul piede. Propriamente era peculiare del vestiario nazionale greco ed usato dai due sessi e si considerava come la calzatura conveniente a portarsi col pallium e colla chlamys. Le crepidæ carbatinæ erano poi le più ordinarie di tutte le calzature in uso fra gli antichi e particolari ai contadini delle regioni meridionali. Consistevano in un pezzo quadrato di cuojo per suola, poi rivoltato all’insù a’ canti e sopra le dita, legato sul collo del piede attorno la parte più bassa della gamba con coreggiuoli passati attraverso dei buchi sugli orli.
Calceus era una piccola scarpa o calzaretto, per lo più portato dalle donne. Ne’ dipinti Pompejani si videro tre distinti modelli di essi: tutti per altro giungono a’ malleoli, con suola e tacco basso e così senza, come con laccetti. Calceus invece era uno stivaletto fatto sopra forma così per il piè destro, come per il sinistro, in maniera da coprire interamente il piede, a differenza dei sandali e delle pianelle che non ne coprivano se non solo una porzione. Come poi vediamo pur oggidì usarsi dalle nostre signore, aggiungere tacco a tacco per render alta la persona; così per le Romane, ad esempio delle Greche, invece d’una, usavano di due e tre suole, onde la solea pigliava allora il nome di fulmenia, sincope di fulcimenia. Di queste duplici e triplici suole giovavansi inoltre, come faremmo noi adesso, per difenderci dalla umidità. V’era il calceus patricius che portavano i senatori, di qualità diversa da quella degli altri cittadini; di dove la frase di Cicerone calceos mutare[301], per significare che alcuno diventava senatore, e s’allacciavano con istringhe che s’incrociavano sul collo del piede e poi s’avvolgevano attorno alla gamba sino al principio del polpaccio; il calceus repandus, scarpa con una larga punta ricurva in su o indietro. — Calceamentum e calceamen erano poi termini generici per esprimere ogni maniera di copertura del piede.
Da obstragulum, che era quella striscia di cuojo o correggia con cui la crepida si allacciava attorno al piede e che passava tra il pollice e il dito vicino e che da persone affettate si portava talora tempestata di perle, come lasciò Plinio ricordato[302], derivò obstrigillum, ch’era una particolare sorta di scarpa, che aveva i quartieri, per i laccetti, cuciti alla suola da ciascun lato. Di queste scarpe se n’ha esempio in una pittura pompejana.
Sandalum era una pantufola squisitamente ornata, che portata dalle donne greche, venne poi introdotta dalle signore di Roma. Pare che fosse d’una forma intermedia tra il calceolus e la solea, avendo un suolo ed un tomajo sopra le dita e la parte davanti del piede, ma lasciando scoverte le calcagna e la parte di dietro, come una pantufola nostra.
Finalmente v’era la solea, della forma più semplice del sandalum, consisteva in una semplice suola sotto la pianta del piede, legata con un correggiuolo attraverso il collo del piede stesso, come a un dipresso sono i sandali degli odierni cappuccini e si portava da ambo i sessi. V’era poi la solea spartea, o stivale fatto di ginestra spagnuola, ma non era ad uso degli uomini, ma delle bestie da soma, a proteggere i loro piedi quando malati.
La solea tuttavia non si portava fuori di casa: altrimenti sarebbe stata sconveniente o indizio di affettazione o di moda straniera, come avvertì Seneca ed anche Cicerone[303].
Perones, Sculponeæ e Soleæ ligneæ, erano nomi con cui si designavano i sandali e scarpe da famigli. I primi due indicavano calzari fatti di cuojo; le soleæ ligneæ erano, come esprime il loro aggettivo, di legno.
E qui s’arresta la mia erudizione in fatto di calzoleria romana e pompejana.