Non però di quanto riguarda l’arte del coriarius, o cuojajo, perocchè ad essa spettassero quelle altre opere che or si direbbero da sellajo. Mi sbrigherò a dirne, sommariamente, ricordandone le sole denominazioni de’ relativi arnesi.
Lorea si chiamavano le briglie, o corregge; le redini più propriamente dicevansi habenæ; capistrum la cavezza, ma più precisamente quella dell’asino; helcia, i tiragli, co’ quali cavalli o asini si attaccavano al timone; erano essi o lorata, o spartea, o cannabina; stragula, la fornitura, ephippia, la sella; clitellæ, il basto; soleæ, le staffe.
E poichè avviene di ricordare tanti oggetti di selleria, porgo qui le denominazioni di juga lignea, o gioghi per appajare i buoi; oreæ, il morso; frenum, il freno; murices, lupi, lupata si chiamavano altri freni di ferro asprissimi, atti a diverse nature di giumenti.
Or passiamo alla ricerca delle altre taberne che coi loro prodotti contribuivano al vestimento, o piuttosto alla varietà e mantenimento di esso.
Presso la casa di Olconio eravi una bottega da tintore, che i latini chiamavano taberna offectoris, perchè, secondo spiega Pompeo Festo, colorum infectoris. Distinguevansi, secondo lo stesso scrittore, gli offectores dagli infectores: questi erano qui alienum colorem in lanam conjiciunt: offectores qui proprio colori novum officiunt[304]. Nulla in questa bottega si rinvenne di particolare: nel fondo di essa eravi il laboratorio, con un fornello e vasche rivestite di cemento assai duro, ma pur guasto evidentemente dagli acidi che venivano usati nel tingere.
Nè io di più mi vi soffermerò, da che egual materia mi chiami a più largamente trattare della Fullonica.
L’arte dei fulloni, che Plinio vuole sia stata trovata da Nicia megarese, consisteva nel purgare, lavare ed anche tingere i panni. Trattando dell’edificio di Eumachia nel Capitolo XI di quest’opera, ho già fatto un rapido cenno dell’importanza di quest’arte in Pompei, che vi aveva anzi una speciale corporazione. Che una congenere vi fosse anche in Roma lo si raccoglie dalle Inscriptiones publicate dal Fabbretti, ricordando come quel collegio litigasse assai lungamente a proposito delle fontane[305]. Infatti non poteva a meno che essere numerosa la classe de’ folloni, per la necessità che dell’arte loro sentivasi per la politura delle vestimenta. Riccio ne dà informazioni dei folloni, da cui rivelasi come di essi si giovasse allora come adesso noi de’ nostri lavandaj e cavamacchie per rinettare ed imbiancare gli abiti, dopo averli portati, effetto che ottenevano col pestare co’ piedi i panni in larghe tinozze di acqua mischiata con orina e terra di Sardegna. I nostri cavamacchia di presente vi sostituiscono l’ammoniaca. Allora, onde procacciarsi tanta materia quanta ne bastasse all’uopo, ponevansi vasi agli angoli delle Vie, come già notai nel Capitolo appunto che tratta delle Vie; onde aveva ragione Marziale di mordere la puzzolente Taide, dicendola più fetida del vaso d’un follone:
Tam male Thais olet, quam non fullonis avari
Testa vetus, media sed modo fracta via[306].
Il panno così lavato e netto distendevasi sulla cavea viminea, o graticcio semicircolare, con sottoposta fumigazione di zolfo, come si deduce da un passo di Apulejo[307]; dopo di che passava al cardatore, che col cardo fullonicus, vi risollevava il pelo, d’onde poi mettevasi allo strettojo per quella che or direbbesi cilindratura. Fin dall’anno 354 di Roma, la legge fatta dal Censore Flaminio, riferita da Plinio, aveva prescritta una maniera in parte diversa dall’or detta, con cui i folloni dovevano condursi per ben eseguire il loro lavoro. Così si esprimeva: «Si lavin dapprima le stofe di lana colla terra di Sardegna disciolta; si faccia quindi una fumigazione di zolfo, poi si purghi con terra di Cimolo, di buon colore, riconoscendosi la falsa in ciò che lo zolfo si rode e s’annerisce. La vera terra di Cimolo ravviva i colori impalliditi dal zolfo. La terra chiamata saxum è la più conveniente alle stofe bianche quand’esse sono state solforate: esso è però nocevole alle stofe colorate. In Grecia in luogo della terra di Cimolo, si serviva del gesso tinfaico di Etolia.»