L’antica Fullonica di Pompei era sulla Via di Mercurio e riusciva su quella a cui essa medesima diè il nome: la sua pianta chiarisce l’importanza di questo stabilimento scoperto e sterrato negli anni 1835 e 1836.

È una grand’area, chiusa da tre lati da largo portico fiancheggiato da pilastri con archi. In fondo della corte si trovano quattro bacini alti, ma alquanto inclinati per lo scolo delle acque e dinnanzi ad essi un lungo banco di pietra, all’estremità del quale disposti due altri piccoli bacini e muricciuoli sono per collocarvi le vaschette. Era qui che si imbiancavano le stofe. All’ingiro de’ portici eran le camere dei folloni: il proprietario doveva alloggiare nell’appartamento più distinto. Vi si rinvenne un forno co’ suoi accessorj. Il piano superiore doveva avere delle gallerie coperte; le colonne di esse caddero indubbiamente nell’occasione dei cataclisma.

Una fontana elegantissima di marmo, dei pozzi con condotti esterni dovevano somministrare ai bacini e vasche dei lavoratori acqua in abbondanza. Presso alla fontana vi son pitture su d’un pilastro che or sta al Museo, rappresentante le operazioni diverse de’ folloni. In colori ancor vivi veggonsi quattro giovani operai che colle gambe nude pestano in altrettante conche i panni, cui per tal modo tolgono il sucidiume. Più su si vede uno schiavo che reca un utensile per disseccare i drappi: un altro è occupato a passare il cardo fullonicus di ferro su di un drappo sospeso. Sull’altro lato del pilastro è figurato uno strettojo ornato di ghirlande; poi una bella dama che sembra dar degli ordini ad una donna e ad uno schiavo e presso a loro sono distese delle stofe a disseccare. Sul pilastro vicino è dipinto un altare, fiancheggiato da due serpenti, un Bacco ed un Apollo.

Si ritrovò nello stabilimento di questa Fullonica molto sapone, lutus fullonicus, parecchi vasi pieni di calce, delle caldaje e delle mestole per rivolgere il sapone e lavorarlo. In un ripostiglio si rinvennero cinque vasi di vetro, l’uno contenente un liquore che si disperse per inavvertenza, un altro contenente un succo vegetale con olio e un terzo contenente delle olive, galleggianti nell’olio, d’una conservazione prodigiosa. Taluna di queste olive serbavano ancora il picciuolo ed apparivan sì recenti, che sembravan raccolte di fresco.

Per Nuova Fullonica si designa un vasto edificio sull’angolo del Vicolo della Maschera e si trovarono infatti molti fornelli ricoperti di piombo e vasche rivestite di cemento; ma Bréton si domanda: se non sia piuttosto una lavanderia più importante di quelle che per tali vennero denominate, e si dichiara disposto ad accogliere questa seconda supposizione.

Dopo le Fulloniche, occupiamoci delle due fabbriche di sapone che si trovarono finora: l’una nel 1788 presso al mercante di pesci salati, e nella bottega si vide molto sapone per terra ed anche molta calce di buona qualità, ma impietrita. In un’altra camera attigua vi erano sette vasche a livello del suolo per la fabbricazione; l’altra nella Via degli Augustali, sull’angolo della viottola, che nulla offrì di rimarchevole, all’infuori d’un gran forno diroccato.

Una importante corporazione erano in Pompei gli orefici, aurifices: essi abbiamo già veduto nel Capitolo Quarto come in una iscrizione pregassero ad essi propizio l’edile Cajo Cuspio Pansa, e pur senza di questa particolarità, le mille preziosità d’oro raccolte negli scavi e l’eleganza dei lavori, imporrebbero di aggiungere loro la massima riputazione. Collane, monili baccati o di pallottole vermiglie, braccialetti, orecchini, sigilli, falere, anelli e cento altre bazzicature muliebri, sono tutte eseguite col gusto più squisito e l’arte moderna ha ritratto da quegli oggetti molti esemplari alle proprie produzioni. Vi si facevano anche dagli orefici oggetti da toletta, istromenti pei sagrifici, statuette di numi e massime di lari, pàtere, coppe, utensili ed altre moltissime cose, delle quali il Museo Nazionale di Napoli ribocca e va fra i Musei del mondo ammiratissimo.

E sì leggiadre cose eseguivansi dalla oreficeria di allora, che a rigore avrebbesi da me dovuto riserbarne la parola al capitolo vegnente, che s’intratterrà dell’Arti. E lodatissimi artisti si ricordarono dalle storie, di origine greca, o non mai usciti di Grecia, le opere de’ quali erano ricercatissime in Italia. Così ci giunse la fama di un Pasitele, che non metteva mano a nessun lavoro d’importanza senza prima averne abozzato il modello in argilla od in cera, conformemente al metodo raccomandato da Lisippo. Di lui si vantò assaissimo la perfezione di un piccolo gruppo d’argento da lui condotto, il quale rappresentava Roscio bambino lattante e la sua nutrice, che fremeva nello scorgerlo avvolto fra le spire di un serpente nella sua culla. Zopiro, altro orefice di non minore celebrità, non uscì mai di Grecia: ma di lui Plinio ci lasciò descritte due tazze d’argento, nelle quali aveva dimostrata la sua rara valentía: su l’una veggonsi Oreste uccisore della madre, ed accusato di tale delitto da Erigone innanzi all’Areopago, su l’altra lo stesso Oreste assolto da quell’augusto tribunale, per l’intervento di Minerva, che opponendosi alla fatale sentenza, gli accordava il proprio suffragio.

Ho già detto come, più che altrove, nella Magna Grecia, e quindi anche in Pompei, attratti fossero gli artisti greci, ed è infatti da tutti riconosciuto che in ogni arte del disegno gli scavi misero in luce oggetti di lavoro greco.

Dal lato destro della Via Domiziana, dietro la taberna vinaria di Fortunata, v’era una bottega di fabbro, che nulla offrì di rilievo, se non che una leva terminata con un piede di cinghiale e molti istromenti del mestiere; non che un forno publico di forma ingegnosa ed un piccolo larario. Nelle quattro camere attigue alla fucina si rimarcarono le vestigia di un bagno e di una cella vinaria, o cantina, in cui stavano delle anfore.