Di fabbri, tanto ferraj che legnarii e carpentarj, dovevano del resto abbondare in una città come Pompei, dove opere edilizie d’ogni maniera, come templi, case, acquedotti esigevano la loro mano; ed oltre ciò, ponti, navi e opere militari richiedevano tal numero di lavoratori, da costituire una corporazione, alla quale era preposto un magistrato: Præfectus fabrorum. D’un prefetto dei fabbri, Spurio Turannio Proculo Gelliano, nominato anzi per la seconda volta a questa carica, ho già riferito la bella iscrizione che si trovò nel tempio di Giove di Pompei, nel Capitolo Ottavo di quest’opera.

Un’altra industria pompejana fu constatata nel 1838 nella fabbrica di vasi di terra cotta fuori di Porta Ercolano nel sobborgo Augusto Felice. Quivi nel forno a riverbero, costruito in pietra, rimarchevolissimo, la cui volta è forata da piccoli buchi per lasciar entrar le fiamme, si trovarono trentaquattro marmitte di terra cotta, delle quali una munita di lungo manico. Nella bottega v’erano molti altri vasi. La volta del detto forno, dice Bréton[308] che esisteva ancora in parte nel 1854, ma che oggi è interamente crollata, era la parte più singolare della costruzione, costituendosi di vasi di terra cotta gli uni negli altri incassati, come si adoperò nel sesto secolo per la famosa cupola di S. Vitale di Ravenna. Alcune aperture praticate nelle pareti del forno e munite di tubi pure di terra cotta permettevano di moderare il calore a piacimento.

Botteghe però di lavori di terra cotta e di vetri eransi assai tempo prima scoperte in Pompei nella strada che conduce dal tempio della Fortuna al Foro. In una di queste botteghe si trovarono moltissimi oggetti di tale industria e segnatamente un numero grande di bicchieri, di tazze e coppe, fra cui delle pregevolissime di color celeste, di piatti e tutti di vetro conservati nella paglia. Di creta si rinvennero molte lucerne, pignatte con coperchi, salvadanai, in uno dei quali anche tredici monete di Tito e di Domiziano; oltre poi 153 monete di bronzo, una statuetta di donna e due di Mercurio. Nell’abitazione di una di queste botteghe si raccolse un anello d’oro e una moneta dell’imperatore Ottone, una statuetta di Mercurio e un’altra con corazza d’argento, clamide e calzari, creduta di Caligola fanciullo, una statuetta di Ercole; una lucerna capricciosa, formata da una rozza figura di vecchio che sostiene un priapo, un’altra di creta in forma di navetta a quattordici lumi, un cucchiajo d’avorio, ed inoltre uno scheletro d’uomo, che avrà dovuto fuggire per la finestra della sua casa e non lungi due altri: il primo trasportando seco un involto con sessanta monete, una casseruola ed un piattino d’argento.

In Pompei si facevano inoltre, poichè sono a dire di opere da vasajo, i Dolia, che erano vasi maggiori, come anfore grandissime e ventrute per la prima collocazione dei vini, tenendo il luogo delle odierne botti. Erano essi di certa pietra detta ofite, ed anche di terra cotta, e ne ho vedute là di capacissime, ed una anzi apparire cucita con filo di ferro e racconciata del modo che con laveggi e tegghie farebbero i nostri calderai. Nella cantina di Diomede se ne trovarono pure. Presto poi si lavorarono anche in legno: Plinio ne fa cenno ed assunsero così la figura poco a poco delle botti che abbiamo adesso. Quando poi era avvenuta la svinatura, si versava il vino, se di qualità più peregrina, in anfore minori e caratelli detti cadi, come si evince da Plinio, il quale aggiunge la particolarità, che giova ricordare per l’origine d’un uso che venne conservato, che si otturassero con turaccioli di sughero. Erano anfore e cadi della materia stessa dei dolii, talvolta cioè di pietra ofite e quindi bianchi, ma il più spesso di color rossi, perchè di terra cotta; onde Marziale ha il verso:

Vina rubens sudit non peregrina cadus[309].

In questi caratelli o bariletti si riponevano non i vini soltanto, ma olio pure e conserve di pomi, fichi secchi, fave; e Marziale ci dice anche miele, nel seguente pentametro:

Flavaque de rubro promere mella cado[310].

In quanto alle anfore, che risponderebbero ai moderni fiaschi, e se picciolette, alle bottiglie, servendo principalmente alla conservazione dei vini e degli olj, oltre l’esser fatte di ofite, o fittili, Petronio ci fa sapere che fossero anche di vetro, in quel passo che narra recate sulla mensa amphoras vitreas diligenter gypsatas, quarum in cervicibus pittacia erant affixa cum titulo: Falernum Opimianum annorum centum[311].

Come poi si lavorassero, per quel che è della terra cotta, risponderò: nè più nè meno che fa oggidì il vasajo; e Orazio ce lo ha tramandato in quell’immagine Dell’Arte Poetica:

amphora cœpit