Per le conquiste fatte nella Grecia, vennero di là in Roma dietro il carro de’ trionfatori, colle scienze e colle lettere, anche le arti, che pur vi accorsero dalla Magna Grecia e dalla Sicilia, e delle spoglie delle vinte città, fra cui oggetti pregevolissimi d’arte, si fregiarono templi, monumenti e case de’ vincitori. Incominciò anche per Roma ad essere pure l’architettura, che abbandonò da allora lo stile etrusco, per adottare il greco, quel che disse il Milizia, depositaria della gloria, del gusto e del genio dei popoli, ad attestare ai futuri secoli il grado di potenza o di debolezza degli stati. Così nel 205 avanti Cristo si ornò da Cajo Muzio, su pensiero di Marco Claudio Marcello, di fregi tolti a Siracusa, il tempio dell’Onore e della Virtù, e si impiegarono marmi nella costruzione. Metello nel 147 inviò dalla soggiogata Macedonia pitture, statue e tesori; per cui si eresse coll’opera di Ermodoro da Salamina il tempio periptero a Giove Statore, e quindi quello sacro a Giunone, prostilo e cinto da gran cortile con bel colonnato all’intorno.
Altri templi si erano venuti erigendo nella stessa Roma durante la seconda guerra cartaginese, al tempo cioè d’Annibale, che fu intorno al 220 avanti Cristo; ma, ripeto, che le discipline accertate e stabili dell’arte architettonica non si venissero fondando che colle conquiste e coll’arricchimento del Popolo Romano e col diffondersi di sua coltura; perocchè ben dicesse il succitato Milizia, che l’architettura non incomincia ad essere un’arte presso i differenti popoli, dov’ella può estendersi, che quando sono pervenuti ad un certo grado di coltura, d’opulenza e di gusto. Allora, allontanandosi sempreppiù dai lavori e dalle occupazioni rustiche, gli uomini si rinchiudono nella città, dove ai perduti piaceri della natura sottentrano i godimenti delle arti imitatrici. Prima di quel tempo, l’architettura non si deve contare che tra i mestieri necessarj ai bisogni della vita, ed essendo fin allora i bisogni limitatissimi, il suo ufficio si riduce a non far che un ricovero contro le intemperie.
I tre ordini più nobili, il dorico, l’jonico e il corintio del pari che la scultura, passarono dalla Grecia in Roma belli e perfetti, portati da quella schiera di artisti, che le nuove vie aperte dalle conquiste e il desiderio di far fortuna sospinsero alla capitale del mondo.
Cicerone ricorda fra coloro che si diedero ad architettare in quel tempo i principali monumenti in Roma, nello stile greco, un Cluazio, un Ciro e Vezio liberto suo. E fu intorno alla medesima epoca che si scrissero anzi opere su quest’arte e citasi a tal proposito un Rutilio, che ne dettava una assai stimata allora, sebbene incompleta; restato essendo il vanto di questo più degnamente fare a Vitruvio, vissuto al tempo d’Augusto, che però invano Hope, con altri, dà per greco; ma che, per sentimento dei più, vuolsi nascesse per contrario in Formia, posta ove è oggi Mola di Gaeta.
Allora sul colle capitolino, settantott’anni avanti l’Era volgare, sorse il Tabulario, di cui esistono tuttavia considerevoli avanzi, uffizio od archivio nel quale si conservavano i registri e documenti publici e privati, i cui archi esterni si aprono tra mezze colonne doriche; poi il tempio della Fortuna Virile e il delubro funerario di Publicio Bibulo sullo stesso colle; quello rinnovato per cura di Lucio Cornelio Silla e dedicato a Giove Capitolino, quello all’Onore eretto da Cajo Mario e quello finalmente sacro a Venere Genitrice fatto costruir da Pompeo.
Ma quello che lasciò addietro ogni altro edificio, per la sua magnificenza, fu il tempio alla Fortuna, che il medesimo Silla fabbricò a Preneste, delle rovine del quale si costruì ne’ secoli posteriori Palestrina. Vuolsi vi si ascendesse per sette vasti ripiani, nel primo ed ultimo dei quali correva per tubi latenti e serbatoj copia di acqua e del quale serviva a pavimento quel prezioso musaico, che Plinio il naturalista afferma essere stato il primo che fosse lavorato in Italia, e il quale andò poscia a costituire uno de’ pregi precipui del palazzo Barberini in Roma.
Ventisei anni prima di Cristo, Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, dedicò a Giove Ultore il Panteon, che fu una rotonda che riceveva la luce unicamente dalla apertura della cupola, dell’altezza e diametro di quarantatre metri, e il frontone della quale, bello per sedici maestose colonne corintie di marmo di un sol pezzo, dell’altezza di trentasette piedi e di cinque di circonferenza, e, superstite, viene tuttavia ammirato e sta in testimonio eloquente delle egregie condizioni dell’architettura di quel tempo.
Io ho già descritto a suo luogo i templi, il foro civile, la basilica e vie via altri publici edifizi di Pompei: la loro architettura ne interessò: essa rimonta per tutti ad epoche anteriori a Cristo e principalmente vi dominano gli ordini greci; ciò che forse scaltrisce come prima fors’anco che a Roma, in ragione dei maggiori commerci, artisti di quella contrada avessero visitato e lavorato nella Magna Grecia. Ciò che di particolare vuol essere notato in queste architetture pompejane si è che le colonne, parte principale e caratteristica delle fabbriche greche, e divenute ornamento nelle romane, quivi venissero mutate da un ordine all’altro col rivestirle di stucco, senza curarsi più che tanto dell’alteramento delle proporzioni.
Ho già notato altrove come nelle sostruzioni degli edifici pompejani si riscontrino traccie di una preesistente e più antica civiltà, e come pei diversi cataclismi intervenuti a quella città, appajano quelli edifizj non di molto remoti, nelle date di lor costruzione, da quella della loro ultima rovina: di qui è dato argomentare che alla storia dell’arte italiana tornerebbe più vantaggioso il disseppellimento della città d’Ercolano. Ognun s’accorda nel ritenere che Ercolano possa essere stata una città più artistica di Pompei, perocchè in questa meglio si fosse dati alle commerciali speculazioni, e in quella vi concorressero invece più i facoltosi e fosse luogo meglio acconcio alle villeggiature de’ più ricchi e voluttuosi romani, non altrimenti che Baja, Bauli e Pozzuoli.
Infatti le pitture, i marmi, i bronzi che si rinvennero in Ercolano, si riconobbero generalmente superiori d’assai in merito alla maggior parte di quelli che uscirono dalle rovine della città sorella, della quale specialmente è il mio dire.