Nè vogliono essere pretermesse altre opere congeneri e di merito singolare, come quella di Goldicutt di Londra; di Ternite e Zahn di Berlino; di Goro di Vienna, e meglio forse di tutte queste, quelle di William Gell, della quale si fece una versione a Parigi con moltissime aggiunte.
Intorno all’autenticità dei disegni publicati nelle più antiche opere, molti dubbj elevar si potrebbero, da che sia noto come prima il Governo Borbonico avesse opposto formale divieto alla copia delle pitture antiche, onde in quanto si avesse a diffondere di quelle d’Ercolano e di Pompei non si potesse riscontrare tutta quella esattezza e fedeltà, che non concede il copiar di memoria.
Su di che tolgo al Barré l’aneddoto seguente, abbastanza curioso e che mette conto di riferire.
In onta alle precauzioni alcuna volta esagerate, con cui erano guardati gli affreschi del Museo che in quel tempo era a Portici, alcune copie furtive fatte vennero per mezzo di ricordi, e il publico le ricercava con tanta maggior avidità, quanto ch’ell’erano più rade, e con più riserbo vendute. Giuseppe Guerra, pittore veneziano, stabilito a Roma, mentre mancava di lavoro, quantunque non assolutamente sprovveduto d’ingegno, imprese ad innalzare, con una frode anche più ardita, l’edificio della sua fortuna. Guerra non si avventurò solo a spacciar copie di antiche pitture, ma vendette quelle pitture medesime. Egli dipinse differenti affreschi di antico stile sovra frammenti di intonaco, e li cesse ad alcuni amatori, confessando loro, sotto sigillo di alto segreto, averli acquistati egli medesimo da un qualche sovrintendente agli scavi napolitani. Fecesi rumore per ciò a Napoli, dove invano cercavasi il colpevole; ma per indizii positivi ricavati da Roma, i direttori del Museo fecero in sulle prime segretamente comperar tre degli affreschi che giravano in questa capitale. Quindi uno dei loro agenti portossi dal Guerra chiedendogli l’Achille e il Chirone, dipinti pompejani di recente scoperti, allora già incisi e publicati nel primo volume delle Antichità di Ercolano. Guerra, senza diffidenza alcuna, fece la copia, o meglio, l’imitazione domandata, mentre egli non poteva lavorare coll’originale sott’occhio. In questa copia da lui sottosegnata, si conobbe esattamente lo stile dei tre affreschi acquistati; i medesimi sforzi per raggiungere un modello veduto alcun poco solamente da lungi; le medesime differenze sfuggite in onta a questi sforzi e sovratutto la perfetta analogia delle copie fra loro, quantunque si scorgesse molta diversità ne’ modelli. Il Governo di Napoli a nulla si valse della sua influenza nello Stato Pontificio per far redarguire il Guerra. Limitossi a esporre le quattro imitazioni unite agli originali, con una illustrazione diffusa, onde por sull’avviso i curiosi contro ogni frode di genere siffatto. Guerra, più non potendo alienare false antichità, ripigliò, non senza qualche profitto, l’uso legittimo del suo pennello[315].
Tutto questo premesso, avanti entrare a parlare partitamente delle preziose cose in fatto d’arte scoperte a Pompei, oltre quel che già toccai e che il lettor già conosce, non sarà inopportuno che io l’intrattenga delle condizioni generali delle arti nel mondo romano; onde questo mio lavoro illustrativo dell’antica vita di Roma col mezzo delle scoperte pompeiane non sia in questa parte cotanto importante difettivo.
Dopo che nel Capitolo antecedente ho chiarite le ragioni per le quali da agricoltori che erano i romani per nascita e per tendenza, passarono insensibilmente a divenir soldati e conquistatori, ed ho tracciate le cause che tolsero a Roma d’avere un florido commercio coll’estero, non credo necessario ritessere i motivi per i quali pur nelle arti non furono i romani eccellenti, ma anzi piuttosto delle medesime ignoranti. Sono essi identici a quelli che rattennero lo sviluppo del commercio; onde il ragionamento intorno all’arti romane vuol essere una logica deduzione di que’ motivi, che però mi accorciano il dirne qui particolarmente e più a lungo.
Architettura.
L’arte nondimeno, come ogni altra intellettuale coltura, non aveva così le medesime sorti nelle altre parti d’Italia. Nell’Etruria singolarmente era in fiore; la sua architettura, o a dir meglio, il suo ordine che serbò il nome di etrusco, comunque ne sia meno ornato, si accosta al dorico. Nè io già reputo che importato fosse, com’altri opina, da’ Pelasgi; ma dividendo le opinioni del chiarissimo Mazzoldi, penso che la civiltà etrusca fosse anteriore all’incivilimento di Grecia. Gli scavi fattisi pure ai nostri giorni in diverse parti di quella nobile provincia, oltre quanto è nelle storie antiche consegnato, fornirono monumenti e dati attissimi a comprovare queste condizioni antiche dell’arte in Etruria. Nè diversamente nella Magna Grecia e in Sicilia, dove alla coltura nazionale s’aggiunse la greca importatavi dai più frequenti commerci. E qui giova osservare che sotto la denominazione di civiltà etrusca, vuolsi abbracciare come in essa compresa tutta quella parte di territorio che dall’odierna Toscana o dal piede dell’Alpi si distende fino allo stretto di Sicilia.
Le prime opere infatti de’ Romani si assegnano ad architetti etruschi. Così fu la Cloaca Massima, immaginata per disseccare i terreni bassi situati nelle circostanze del Foro, che, intrapresa sotto il reggimento del vecchio Tarquinio e continuata da Servio Tullio, venne compita sotto Tarquinio il Superbo[316] e che somministra un dato interessante alla storia dell’Architettura, venendo essa a provare che l’invenzione dell’arco appartenga a’ Romani e non ai Greci, poichè vi si vegga esso grandiosamente sviluppato in un’epoca in cui, se esisteva in Grecia, non era punto in uso. Sul qual proposito, osserva Hope che l’arco già fosse introdotto in Etruria in monumenti che sembrano anteriori alla costruzione della cloaca ed alla fondazione di Roma[317]. Per i primi cinque secoli, Roma pare non prendesse cognizione affatto dell’arte architettonica, e i templi e i pubblici e privati edifizj suoi si sa perfino che non sapesse coprire che di stoppie mescolate all’argilla, come i viaggiatori trovarono praticarsi pur oggidì in molte terre selvagge. Nè l’acquedotto della Via Appia, che fu costrutto nell’anno trecentodieci di Roma, può fornir argomento che smentisca codesta asserzione, perocchè la sua opera correndo tutta sotterranea, non porga aspetto alcuno di forme architettoniche.
Tuttavia tracce di una architettura disciplinata addita la storia in Roma nel sepolcro in peperino di Scipione Barbato, il quale fu console nell’anno 456 della fondazione della città, sormontato da un triglifo dorico pur sormontato da dentelli jonici, e tre secoli avanti l’Era volgare si costrussero intorno al foro portici per le tabernæ degli argentarii o banchieri.