Ut primum positis nugari Græcia bellis
Cœpit, et in vitium fortuna labier æqua:
Nunc athletarum studiis, nunc arsit æquorum,
Marmoris aut eboris fabros, aut æris amavit:
Suspendit picta vultum, mentemque tabella[323],
e prima di loro Cicerone vergognasse quasi di ricordar i nomi di quei divini scultori che furono Prassitele e Policleto e credesse menomar l’importanza loro confessandosi, egli abbastanza vanaglorioso, dell’arti belle ignorante.
Eccone i passi, perocchè paja tutto ciò veramente incredibile e strano:
Erat aput Hejum lararium cum magna dignitate in ædibus, a majoribus traditum, perantiquum: in quo signa pulcherrima quattuor, summo artificio, summa nobilitate, quæ non modo istum, hominem ingeniosum, verum etiam quemvis nostrum, quos iste idiotas appellat, delectare possent: unum Cupidinis marmoreum, Praxitelis. Nimirum didici etiam, dum in istum inquiro, artificum nomina.... Erant ænea præterea duo signa non maxima, verum esimia venustate, virginali habitu, atque vestitu quæ manibus sublatis sacra quædam, more Atheniensium virginum, reposita in Capitibus, sustinebant. Canephoræ ipsa vocabantur. Sed earum artificem quem? quemnam? recte admone: Policletum esse dicebant[324]. Più tardi invece sì l’arte del dipingere che quella dello scolpire parvero crescere in maggiore estimazione, se Nerone imperatore vi si applicò e distinse.
La più gran parte delle pitture antiche erano parietarie, quelle che in oggi, dai diversi procedimenti adottati nel pingere, chiameremmo affreschi. Nondimeno anche allora non è escluso che si potesse da quegli artisti dipingere sull’intonaco recente. Anzi il dottissimo cav. Minervini ha constatato non dubbie differenze nei diversi sistemi onde sono condotti gli intonachi che ricoprono le pareti pompejane. Ne ha distinti di più fini, per i quali, a suo credere, gli antichi dipingevano a fresco le composizioni meglio accurate, i paesaggi e le figure; mentre che le semplici decorazioni erano dipinte a secco da pittori inferiori.
Il più spesso rilevasi evidentemente come suolessero dipingere a guazzo od all’acquerello con colori preparati a gomma, ovvero con altro genere di glutine, e se ne adducon le prove in gran numero di dipinti pompejani esistenti nel Museo di Napoli, i colori de’ quali si ponno separare e staccare dall’intonaco, talvolta ben anco vedendosi ricomparire, nel cadere lo strato superiore, la sottoposta tinta, ciò che non può accadere di pitture frescate. Quando poi si ponga mente che fra i colori adoperati allora eranvi quelli che chiamavano purpurissum, indicum, cæruleum, melinum, auripigmentum, appianum e cerussa, e i quali non resistono alla calce[325], si mette in sodo che il processo non poteva essere a fresco.