I monumenti che la nazione consacrava ad eternare i fasti più gloriosi consistevano d’ordinario in semplici colonne, rado a’ più valorosi capitani concedevasi l’onoranza di una statua, limitata l’altezza a tre piedi soltanto, onde designate venivano codeste statue col nome di tripedaneæ; mentre poi sigillæ dicevansi quelle più piccole d’oro, d’argento, di bronzo od avorio, le quali erano per solito d’accuratissimo lavoro.
Pel contrario nelle case private, i patrizj collocavano in apposite nicchie le immagini dei loro illustri maggiori, e se n’era anzi costituito un diritto, solo concesso a coloro che avessero sostenuto alcuna carica curule, come il tribunato e la questura, ed erano la più parte lavorate in cera; talvolta per altro in legno, in pietra od in metallo. Chi di tal diritto fruiva, poteva processionalmente siffatte immagini portare nelle pompe funerali, lo che ognuno si recava a sommo di onore.
La presa di Siracusa per opera di Marcello e le conquiste della Macedonia, della Grecia e dell’Asia, per quella di Paolo Emilio, di Metello e de’ Scipioni, dovevano rendere più acuto il desiderio di possedere oggetti d’arte, comunque non fosse giunto, come dissi più sopra, a farsene il virtuale apprezzamento neppur a’ tempi della maggiore coltura, come furono quelli di Cesare e di Cicerone. Perocchè i trionfatori tutte le meraviglie dell’arte, di cui i Re macedoni avevano impreziosito le loro principali città, mandassero a centinaja di carra a Roma, in un con tante altre ricchezze; per modo che per centoventitre anni di seguito non s’avesse bisogno di prelevare imposte sui cittadini.
Come già narrai, si travasarono dalla Grecia in Roma, coi capolavori dell’arte, anche i loro artefici, e poterono così stabilirvi le loro scuole e sistemi e farli prevalere, che il Senato con apposito decreto mandò multarsi gli scultori che si fossero allora allontanati dalle dottrine di essi, la eccellenza delle quali veniva tanto splendidamente attestata da sì egregie ed immortali opere.
Le statue, che dapprincipio avevano giovato soltanto ad illustrare i trionfi, vennero pertanto adoperate ben presto a decorar piazze e monumenti e quindi a crescere il fasto delle abitazioni private. Silla, Lucullo, Ortensio e il cliente di lui Cajo Verre, diedero il primo esempio: dietro di essi vennero tutti i più facoltosi degli ultimi tempi della Republica, seguiti pure da tutti quelli delle colonie, come rimangono ad attestarcelo tanti capolavori, de’ quali più avanti dirò, rinvenuti in Ercolano e Pompei.
Di tal guisa gli artisti greci venuti a Roma vi trovarono molto lavoro e fortuna. Si citano fra essi un Pasitele, che eseguì una statua nel tempio di Giove e n’ebbe il diritto di cittadinanza; i suoi allievi Colote e Stefanio; Arcesilao, che scolpì la Venere genitrice per Cesare, il qual si vantava da lei discendere; Apollonio e Glicone, autore dell’Ercole Farnese, condotti a Roma da Pompeo; Alcamene e Cleomene, Poside e Menelao, Decio e Damasippo, e sotto Augusto Menofante e Lisia, Nicolao e Critone e l’ateniese Diogene, che condusse le statue che si collocarono sul frontone del Pantheon di Agrippa. Augusto stesso fece erigere sotto il portico del suo Foro le statue degli oratori e de’ trionfatori più illustri, e in Campidoglio si vede tuttavia una statua di questo imperatore con un rostro di nave a’ suoi piedi in memoria di sua vittoria sovra Sesto Pompeo.
Ma ho ricordato testè Cajo Verre. Or come si può, anche sommariamente, come faccio io qui stretto dall’economia dell’opera, ritessere la storia dell’arti, o piuttosto compendiarla, senza ricordare le gesta infami di quest’uomo, contro cui si scagliarono le folgori della eloquenza del sommo Oratore?
Cajo Licinio Verre, senatore, era stato proquestore dapprima in Cilicia, poscia pretore per tre anni in Sicilia, dove, non pago dell’ordinaria rapacità de’ suoi colleghi, trattò la Sicilia più che paese di conquista. Abusando del suo potere, fece man bassa su tutte le preziosità publiche e private. Quadri e statue de’ più celebri artisti attiravano specialmente la sua cupidigia, nè ristava davanti alcuna legge divina ed umana per venirne in possesso. Cicerone, difendendo contro lui le ragioni de’ Siciliani, aveva potuto senza iperboli esclamare: «Dove sono le ricchezze strappate a forza a tanti popoli soggetti e ridotti omai alla miseria? Potete voi chiederlo, o Romani, quando vedete Atene, Pergamo, Mileto, l’Asia, la Grecia inghiottite nei palagi di alcuni spogliatori impuniti?» Minacciato per ciò d’accusa capitale, egli aveva prese le sue cautele, nè restava punto dal dichiararle svergognatamente a’ suoi amici, dicendo: io feci del prodotto del triennio che durò la mia pretura tre parti: una per il mio difensore, una per i miei giudici e la più grossa per me.
Il suo difensore fu Ortensio, che oltre essere rinomatissimo oratore, era appassionatissimo delle opere di arte, vantandosi fra gli altri di possedere il dipinto degli Argonauti di Cidia, che aveva costato centoquarantaquattro mila sesterzi, che sarebbero lire ventottomila delle nostre. Cicerone dice di Verre: che in lui la cupidigia d’artistiche cose era un furore, un delirio, una malattia, dacchè in tutta la Sicilia non esistesse un vaso d’argento o di bronzo, fosse di Delo o di Corinto, non una pietra incisa, non un lavoro di oro, d’avorio, di marmo, non un quadro prezioso, non un arazzo, che quell’avido governatore non volesse vedere co’ proprj occhi, per trattenere poi quanto gli sembrava opportuno ad arricchire la di lui raccolta. Basti per tutti il seguente aneddoto. Antioco, figlio del re di Siria, volendo sollecitare l’amicizia del Senato romano, viaggiava alla volta della grande città, seco recando un ricchissimo candelabro, per donarlo al tempio di Giove Capitolino. Transitando per la Sicilia, ricambiando Verre d’una cena, questi vedute le mille preziosità che aveva, sotto pretesto di mostrarle a’ suoi orefici, se le faceva col candelabro portar a casa. Vi consentiva Antioco; ma quando si trattò della restituzione, il ladro pretore tanto insistè per aver tutto in dono, che alla perfine, a lasciargli ogni cosa si decise, purchè almeno gli rendesse il candelabro destinato al popolo romano. Verre ricorse dapprima a pretesti per ricusargli anche questo; ma poi impose termine a ogni contesa, intimando recisamente al re che sgombrasse avanti notte dalla provincia.
Chiederà il lettore se tanto ladro venisse poi condannato. Risponderò che non fossero questi soltanto i gravami contro lui formulati: altri furti e depredamenti d’ogni genere da lui commessi in Acaja, in Cilicia, in Panfilia, in Asia ed in Roma; la venduta giustizia, le violenze, gli stupri, l’oltraggiata cittadinanza; sì che li potesse così Cicerone riassumere nella Verrina De Frumento: Omnia vitia, quæ possunt in homine perdito nefarioque esse, reprehendo, nullum esse dico indicium libidinis, sceleris, audaciæ, quod non in unius istius vita perspicere possitis[336].