Ora una breve parola della pittura de’ fiori. Nulla, scrive Beulé, nulla è più grazioso che le pitture rappresentanti piccoli genii che figurano il commercio de’ fiori. La gran tavola coperta di foglie e di fiori, i panieri che essi portano, che vuotano e riempiono, le ghirlande sospese, tutto ci richiama Glicera, la bella fioraia di Sicione che il pittor Pausia amava, e della quale egli copiava i bei mazzi, tanto sapeva comporli, disponendovi i colori ed ogni loro gradazione. Le più leggiadre rappresentazioni in questo genere, trovansi in quattro comparti decorativi d’una camera sepolcrale che Santo Bartoli ha disegnati. V’hanno fanciulli che colgono de’ fiori, ne riempiono i cestelli, ne caricano le spalle loro, attaccati in equilibrio su d’un bastone. Il picciolo mercante che va tutto nudo recando questa serie di ghirlande, è veramente degno di osservazione.
Scultura.
Veniamo ora alla parte statuaria, seguendo anche in questo argomento l’egual sistema di trattar delle sue condizioni generali nel mondo romano, particolareggiando poi intorno alle opere pompejane.
Io intendo trattare in proposito non solo delle statue in marmo, ma ben anco di quelle in bronzo e de’ bassorilievi; perocchè sieno tutte opere attinenti la scultura; solo omettendo di quelle ne’ più preziosi metalli, per averne già toccato alcunchè parlando degli orefici e delle orificerie in Pompei.
Anche nella statuaria l’Etruria precedette ogni altra parte d’Italia. Se le sue prime produzioni presentarono un genere presso che eguale alle produzioni de’ popoli incolti, presto per altro assunsero una propria maniera: anzi dai molti saggi recati alla luce dagli scavi in più località praticati, e di cui sono arricchiti i nostri musei, si può asserire che due fossero le maniere, o stili affatto distinti di disegno. Del primo, dice Winkelmann, esistono ancora alcune figure e somigliano le statue egiziane, in quanto che hanno esse pure le braccia pendule ed aderenti alle anche, ed i piedi posti parallelamente l’un presso l’altro: il secondo è caratterizzato dalle esagerazioni dei movimenti e di una ruvidezza di espressione che gli artisti si sforzarono di imprimere ai loro personaggi.
Da questa seconda maniera si fa passaggio alla maniera de’ Greci, di cui gli Etruschi, dopo l’incendio di Corinto e il saccheggio d’Atene datovi da Silla, che spinse gli artisti di Grecia in Italia, divennero discepoli e collaboratori.
Tuttavia i primi Etruschi potevano a buon dritto vantarsi d’aver con successo trattato scultura e pittura fino dai tempi in cui i Greci non avevano che assai scarsa cognizione delle arti che dipendono dal disegno: argomento pur questo che avvalora la credenza dal Mazzoldi espressa nelle sue Origini Italiche, non abbastanza apprezzate come si dovrebbe, che la civiltà fosse prima dall’Italia importata alla Grecia, i Pelasghi appunto e gli Atalanti procedendo dalla terra nostra.
Plinio ne fa sapere infatti che in Italia venisse eseguita una statua innanzi che Evandro, mezzo secolo prima della guerra di Troja, giungendo dalla nativa Arcadia, sostasse sulle sponde del Tevere e vi fondasse Pallantea, che ho più sopra ricordato; e ne trasmise pur la notizia che nel suo tempo si vedevano ancora a Ceri, una delle dodici principali città dell’Etruria, affreschi d’una data anteriore alla fondazione di Roma. Egualmente le pitture del tempio di Giunone, condotte da Ludio Elota, prima che Roma esistesse, in Ardea, città del Lazio, capitale dei Rutuli e soggiorno del re Turno, come raccogliesi dal Lib. VII dell’Eneide, della freschezza delle quali rimaneva quell’enciclopedico scrittore maravigliato, non meno che dell’Atalanta e dell’Elena di Lanuvio, la prima ignuda, la seconda invece decentemente palliata e spirante timidezza e candore.
Fondata Roma, Romolo e Numa ricorsero, come mezzo di civilizzazione, a imporre il culto a quelle immagini di numi che Evandro ed Enea avevano recato in Italia ne’ più remoti tempi, quantunque poi per crescere loro autorità, li avessero a circondar di mistero tenendoli gelosamente ascosi agli sguardi profani. Le prime opere di scultura presso i Romani si vuole essere state statue di legno o di argilla, raffiguranti divinità. D’altri personaggi si citano le statue: di Romolo, cioè, di Giano Gemino, consacrate da Numa, la prima anzi delle quali coronata dalla Vittoria, fu poscia collocata sopra una quadriga di bronzo tolta dalla città di Camerino. Più innanzi il simulacro dell’augure Accio Nevio e delle due Sibille e le statue equestri di Orazio Coclite e di Clelia trovasi scritto che venissero fuse in bronzo in epoca assai prossima a quella in cui siffatti personaggi avevano vissuto. Anche nel Foro Boario venne collocata in quei primi tempi una statua d’Ercole trionfatore; come più tardi sulla piazza del Comizio venne posta quella di un legista di Efeso, appellato Ermodoro. Un Turriano, scultore di Fregela lavorò in rosso una statua di Giove e fu cinque secoli avanti l’Era Volgare. Un Apollo di smisurata grandezza fu da Spurio Carvilio, dopo la sua vittoria contro i Sanniti, fatta fondere in bronzo, usando all’uopo delle spoglie tolte a’ vinti nemici.
Non è che dugentottanta anni prima di Cristo, dopo la sconfitta di Pirro, che a Roma venne offerto lo spettacolo di una esposizione di molti e pregevoli oggetti d’arte, quadri e statue che dall’esercito Romano erano stati predati in un con ingente quantità d’oro e d’argento, ed altre preziosità negli accampamenti del Re epirota, che alla sua volta erano stati da lui derubati nella Sicilia ai Locri, nel saccheggio dato al tesoro del loro tempio sacro a Proserpina.