La quale splendida testimonianza che ho recata colle parole del francese scrittore, applicar non si vogliono — intendiamoci bene — a quelle principali composizioni storiche o mitologiche che ho più sopra annoverate, ma sì a quelle altre sole che superiormente ho distinte nella classe delle Figure isolate. Sentimento di quel critico, diviso pure da ben altri e da me, è che alle più importanti opere di pittura, alle storie onde si decoravano le pareti più ampie delle case si ponessero artisti i meglio riputati, e che invece a quelle isolate, si applicassero altri di minor levatura.
Queste figure isolate servivano il più spesso a decorare le pareti minori, quando pure le grandi non venissero disposte a piccoli quadri, a decorar lacunari ed agli effetti architettonici: erano il più spesso Ninfe, Danzatrici, Baccanti, Centauri, Sacerdotesse, Canefore e Cernofore, Genj alati, Amorini, Fame, Vittorie e Fauni, Muse e Iddii. Ma non furon sempre opere di poco momento o di merito secondario; perocchè talune, che si ebbero conservate, fossero altrettanti capolavori. Le raccolte infatti che si publicarono de’ pompeiani dipinti, fra le tante figure isolate, recarono i disegni di veri piccoli capolavori. Tale a mo’ d’esempio è la imponente Cerere rinvenuta nella Casa detta di Castore e Polluce o del Questore, in cui sembrarono essere di proposito state accumulate le più leggiadre opere di arte; il Giove che stava nella casa detta del Naviglio di fronte ad uno dei lati del tempio della Fortuna, e il quale ha tutta la maestà del padre degli Dei. Ma forse la figura isolata più pregevole, è per generale avviso la Meditazione seduta su d’una sedia dorata, i lineamenti della quale sono eseguiti con tanta cura e dotati di tanta espressione, direbbesi individuale, da essere indotti a credere che dovesse essere un ritratto. E poichè sono a dire di questo genere di pittura, che è de’ ritratti, il lettore ricorderà i due ritratti di Paquio Proculo e di sua moglie, de’ quali m’ebbi ad intrattenere nel passato capitolo: se non sono essi da collocarsi fra le migliori opere, attestano nondimeno della costumanza che si aveva fin d’allora di farsi ritrarre, oggi divenuta omai una mania, atteso il buon mercato della fotografia.
Non vogliono poi essere passati sotto silenzio l’Apollo Musagete, o duce delle Muse e le nove Muse, isolatamente dipinti in tanti quadri, che si rinvennero negli scavi nell’anno 1785 nella vicina Civita, avente ognuna figura i proprj emblemi, e più che questi, la propria peculiare espressione.
In quanto alla pittura di genere, non voglio dire si possano vantare tante meraviglie quante se ne ammirarono in quella istorica, e quel che ne vado a dire ne fornirà le ragioni. In quella vece vuolsene segnalare un certo pregio in ciò che a me, come agli scrittori delle cose pompejane, giovarono alla interpretazione di importanti cose attinenti l’arti e i mestieri.
Fin da quando le scuole greche piegarono a decadenza, per la smania del nuovo, molti artisti si buttarono ad una pittura casalinga e di particolari, che i moderni chiamarono di genere. Là, dove l’arte si ispirava sempre al grande ed al meraviglioso ed era aliena per conseguenza dal realismo, l’avvenimento non fece che sollevare il dispregio e questi artisti si designarono come pittori di cenci, e noi diremmo da boccali. Tuttavia sulla mente del popolo que’ dipinti che si esponevano ad insegna di bottega facevano impressione: erano richiami influenti e que’ dipinti si ricercarono a furia da merciai e venditori. Così Pireico ottenne fama, sapendo dipingere insegne da barbiere e da sarto; Antifilo, pingendo uno schiavo soffiante nel fuoco ad una fabbrica di lana; Filisco un’officina da pittore e Simo il laboratorio d’un follone[335]. Orazio ci ha poi ricordato ne’ versi, che in altro Capitolo (Anfiteatro) ho citati, un’insegna gladiatoria e nel capitolo delle Tabernæ ne ho pur toccato: or ne dirò, poichè mi cade in taglio, qualche cosuccia ancora.
L’Accademia d’Ercolano publicò ne’ suoi atti una serie di quadri scoperti fin dal 25 maggio 1755 in cui sono appunto espressi mercanti e lavoratori in pieno mercato, forse nel Foro di Pompei, dal quale appena differenziano i capitelli delle colonne, che in quel di Pompei son dorici, mentre nella architettura de’ quadretti summentovati appajono corintii; perocchè nel resto tutto vi sia fedelmente riprodotto.
In uno si veggono due mercanti di drappi di lana, che trattan di loro merce con due avventrici: in altro è un calzolajo che in ginocchio prova a calzare delle scarpe a un suo cliente e nel fondo appiccate veggonsi al muro diverse calzature.
Un altro calzolajo è raffigurato in un altro quadro e colla bacchetta alla mano con cui misura il piede, porge un calzaretto a quattro pompejane sedute, di cui l’una ha in grembo un fanciullo. Buona la composizione, pessima ne è la esecuzione. Evvi un’altra pittura, in cui sono due genietti pure calzolai: l’uno ha nelle mani una forma, l’altro ha il cuojo che si dovrà adattare su di essa, onde foggiarlo a calzatura. In un armadietto a due battenti aperti veggonsi scarpe diverse e presso un vasetto e un bacino contenenti il colore per dare il lucido alle pelli. Evvi anche il commerciante di forbici, fibule, spilloni; il vasajo e il panattiere seduto alla turca sul suo banco.
Parlando della Fullonica, già dissi del dipinto che vi si trovò nel 1826 e che reca tutto il progresso di quell’arte de’ gualcherai, di esecuzione assai migliore delle altre, nè mi vi arresterò di più: invece nelle pitture di decorazione veggonsi fabbri, genietti alati con arnesi fabbrili, altri recanti nelle mani quelli del pistrino e del torchio.
Del pregio de’ paesaggi, che formavano soventissime volte il fondo dei dipinti storici più importanti, dissi più sopra, e noterò meglio ora, che pur frequenti volte si trovino nei fregi e sotto altri dipinti di figura, riprodotti animali, come buoi, lupi, pantere, capre ed uccelli, talvolta condotti con non dubbia abilità.