Viste così le principali cose di scultura pertinenti all’epoca imperiale infino ai giorni del cataclisma vesuviano, mi conviene ora completarne il discorso colle opere scoperte in Ercolano e in Pompei.
Le più grandi si rinvennero in Ercolano: tali la statua equestre in marmo di Nonio Balbo e quella del figliuol suo, che ne fiancheggiavano la basilica e la importanza delle quali opere lasciò indovinare l’importanza altresì de’ personaggi che rappresentavano; onde ne dolse che nè la storia, nè gli scavi abbiano finora portato alcun lume su di essi; tali il magnifico cavallo in bronzo, rinvenuto nel teatro e già spettante ad una quadriga, che nei primi scavi colà praticati venne messa sventuratamente a pezzi, e ricomposta poi, forma oggidì una delle più interessanti e preziose opere del Museo di Napoli in un con alcune figure del bassorilievo del carro, con un Bacco, otto statue consolari, quelle di Nerone, Claudio Druso e sua moglie Antonia, un ministro di sagrifici in bronzo e due teste di cavallo, e una statua di Vespasiano, e due di bronzo rappresentanti Augusto e Claudio Druso. Nello stesso Museo di Napoli, sono pure le statue di sei celebri danzatrici, trovate nella casa detta dei Papiri[340], il magnifico Fauno ebbro, in bronzo, ch’era a capo della piscina nello xisto di essa casa, i busti di Claudio Marcello, di Saffo, di Speusippo, Archita, Epicuro, Platone, Eraclito, Democrito, Scipione l’Africano, Silla, Lepido, Augusto, Livia, Cajo e Lucio Cesare, Agrippina, Caligola, Seneca, Tolomeo Filadelfo, Tolomeo Filometore, Tolomeo IX, Tolomeo Apione, e Tolomeo Sotero I; di due Berenici e di due altri personaggi sconosciuti. Una statua e cinque busti in bronzo si trovarono nella stessa casa, su l’un de’ quali si lesse il nome dell’artefice: Apollonio figlio di Archia ateniese.
Circa alle opere di statuaria rinvenute in Pompei, esse sono in numero minore che non ad Ercolano; ma non sono meno pregevoli. Io ne ricorderò taluna e saranno le principali.
Nel tempio d’Iside fu rinvenuta una bella statua in marmo rappresentante Bacco, che fu detto, forse dal luogo in cui fu trovato, Isiaco. Essa appare coronata di pampini la testa, e colla destra alzata, cui tien rivolto affettuosamente lo sguardo, ci fa supporre che stringesse un grappolo. Al piede sta una pantera, e sulla base leggesi la iscrizione che ho già riferita parlando di questo tempio[341], dove ho pur ricordata la statua di Venere Anadiomene coll’ombilico dorato. Nel Pantheon, o piuttosto, come più rettamente fu giudicato, tempio d’Augusto, nel 1821 si trovarono quelle due statue che già ricordai, le quali si ritennero rappresentare l’una Livia sacerdotessa d’Augusto, l’altra Druso: la prima sopratutto è una delle opere di scultura più rimarchevoli che vi si scoprissero. Ha essa una tale maestà che a chi la riguarda incute reverenza.
Ma siccome a suo luogo ho già ogni volta ricordate le opere di plastica; così de’ marmi, altro non ricorderò qui che il bassorilievo in marmo di Luni, o come direbbesi oggi di Carrara, raffigurante una biga, su cui sta un africano, e alla quale sono attelati due corridori preceduti da un araldo, come si usava comparire in publico da’ magistrati. La purezza dei disegno e della esecuzione rivelano l’artefice greco.
Dirò meglio de’ bronzi.
Leggiadra è la statuetta trovata in una nicchia innalzata nel mezzo di una stanza, rappresentante Apollo, e sì ben conservata, che neppure appajano danneggiate le corde argentee della lira. Taluni, all’acconciamento alquanto muliebre de’ capelli, alla delicatezza de’ lineamenti del volto, ed all’espansione del bacino, vollero invece ravvisarvi un Ermafrodito.
Una Diana vendicatrice, sarebbe la più armonica figura, se non vi disdicessero certe alacce mal attaccate: più lodevole e prezioso lavoro è il gruppo di Bacco ed Ampelo, dove gli occhi sono intarsiati in argento.
Ma tre statuette vi sono che vengono considerate come altrettanti capolavori e i migliori che furono scavati in Pompei: l’una rappresentante il Fauno danzante; l’altra Narciso; la terza un Sileno. Il loro merito si costituisce principalmente dalla maravigliosa e caratteristica espressione, dalla perfetta concordanza di tutte le parti, dalla irreprensibile finezza d’ogni particolare, da una esecuzione insomma completa del bello ideale.
Il Fauno ritrovato nella casa, cui per la propria eccellenza fu imposto il suo nome ed era nel mezzo dell’impluvium, ha il capo incoronato di foglie di pino, le braccia alzate, le spalle alquanto rigettate all’indietro, ogni muscolo in movimento e il corpo tutto in atto di chi sta per muovere alla danza. Non può essere ammirato il minuto lavoro del metallo, se non che vedendolo: l’epidermide è così resa morbidamente, da vedervi sotto la vita: opera certo codesta della più perfetta fusione, che non ebbe d’uopo per bave o altre scabrosità, di lima o di cesello dell’artefice.