Tuttavia per taluni assegnare si vuole speciale carattere agli incunaboli della tragedia, e se a’ principj della commedia satirica si prestarono i cavalletti di Susarione, il primo arringo a quelli della Tragedia si pretese riconoscerlo nell’Attica, nel carro di Tespi, forse quello stesso carro, che i medesimi abitatori della campagna valevansi ne’ giorni della vendemmia a portar uve e vasi vinarj.
La vecchia tradizione è consacrata ne’ seguenti versi del libro, o epistola De Arte Poetica di Orazio, indirizzata a’ Pisoni:
Ignotum tragicæ genus invenisse Camœnæ
Dicitur et plaustris vexisse poemata Thespis;
Quæ canerent agerentque peruncti fœcibus ora[45].
Tespi era poeta dell’Attica, non dell’Icaria, come altri sostiene; quando pure egli non sia che un pseudonimo, sotto il quale Eraclide di Ponto[46], al riferire di Aristofane, fece comparire diversi suoi componimenti. Tespi visse nella 51.ª Olimpiade, vale a dire 534 anni prima dell’Era Volgare, ai tempi di Solone; e vuolsi infatti che fosse il primo degli ultimi suoi drammi — de’ quali però non si ha pur un frammento superstite, e che andava di villaggio in villaggio rappresentando — che gittasse le fondamenta del Teatro Tragico.
D’onde il nome, variano, come per tutte le antiche e più celebrate cose, gli etimologisti. Lo dicono i più venuto dalle due voci greche τράγος, capro, e ὠδῄ, cauto, perchè colui che nella tragedia avesse vinto, conseguisse in premio un capro, che poi il vincitore sagrificava a Bacco, come lo stesso Orazio ricordò nella succitata Arte Poetica in questo esametro:
Carmine qui tragico vilem certavit ob hircum[47].
Altri al contrario, tenendo conto del tingersi che gli attori facevano del volto col mosto o feccia, la quale in greco è detta τρυζ, e nel dorico dialetto τραξ, γὸς, fanno originato da tal pristino costume il nome a questo genere di composizione.
A differenza della commedia, che assai spesso da seri, torbidi a complicati eventi trae principio e si chiude poi con lieto e tranquillo esito: la tragedia ha tutto luttuoso il subbietto e tristissima catastrofe per fine. Laonde Ovidio, personificandola, la fa camminare violenta, a grandi passi, colla fronte torva per la scomposta chioma e col cascante peplo: