Et de marmoreo citharam suspende colosso[54].

Questo coturno poi era uno stivale portato dagli attori tragici sulle scene, il quale aveva una suola di sughero alta parecchi pollici, all’intento di far comparire, egualmente che la sirma, più grande la loro statura ed aggiungere loro un più imponente aspetto. Da siffatta consuetudine originò la frase sumere cothurnum, calzare il coturno, per indicare tanto l’attore tragico, che il poeta che componeva tragedie. Questa promiscuità d’indicazione fu motivata allora, come fino a’ tempi moderni, da ciò che più spesso il poeta era anche l’attore. Già, pur allora, ne accennai implicitamente nel parlare di Livio Andronico; come dei tempi moderni può recarsene ad esempio Shakespeare.

L’uso del coturno nella recitazione della tragedia vuolsi generalmente introdotto da quell’altro sommo poeta tragico greco che fu Sofocle; onde scambiasi, per metonimia, fin nel linguaggio d’oggidì, coturno sofocleo bene spesso par tragica composizione.

Virgilio l’usò in un’egloga ad esprimere la severità o sublimità dello stile, parlando de’ versi di Cornelio Gallo, al quale quel componimento è diretto:

Sola Sophocleo tua carmina digna cothurno[56].

Nè la dignità maggiore dell’attor tragico, poteva tuttavia differenziarlo, nella designazione, dalla classe dell’attor comico. Entrambi detti istrioni, histriones, parola derivata dagli Etruschi, che l’adoperavano a significare un attore pantomimico ed un ballerino sulla scena, come ne fa fede l’autorità di Tito Livio[57]. — I Romani accolsero la voce, ma ne estesero il significato, con tal nome designando qualunque attore drammatico, che recitasse il dialogo del dramma con gesto appropriato, e quindi l’attor tragico come l’attor comico.

Plinio infatti chiamò M. Ofilio Hilaro istrione di commedie[58], come Esopo istrione di tragedie[59]. Non fu del resto che più tardi che si usò del nome stesso ad indicar uomo vanaglorioso e spavaldo ed anche il vil cerretano.

E fu ciò tanto vero, che Macrobio, a dimostrare come gl’istrioni fossero anzi stimati, cita l’amicizia intima di Cicerone con Esopo e con Roscio istrioni: la dilezione avuta da Lucio Silla per quest’ultimo, così che, dittatore, il regalasse di anello d’oro: il fatto che ad Appio Claudio, uomo trionfale, fosse attribuito ad onore fra’ colleghi di saper ottimamente danzare: pro gloria obtinuerit, quod inter collegas optime saltitabat e chi tra nobilissimi cittadini, Gabinio uom consolare, M. Celio e Licinio Crasso si recassero a sommo di onore non solo lo studio, ma la perizia nella danza[60]. Io piuttosto dirò che i ludi e le ludiæ recitando e danzando sulle pubbliche vie fossero nel generale disprezzo, come lo sono tra noi i saltimbanchi e suonatori di strada.

Ovidio è di questa sorta di ludi che parla nel Lib. I. Artis amatoriæ:

Dum quæ, rudem prœbente modum tibicine Thusco,