Ludius æquatam ter pede pulsat humum[61]

Fin da’ loro primordii, tanto la commedia che la tragedia ebbero, nella loro recitazione, accompagnamento di musica, volendosi con questa sostenere la voce degli attori e massime del coro, che figurava impreteribilmente nelle tragiche composizioni, secondo ne ammonisce in questi versi Orazio:

Tibia non, ut nunc, orichalco vincta, tubæque

Æmula, sed tenuis simplexque foramine pauco

Aspirare et adesse choris erat utilis, atque

Nondum spissa nimis complere sedilia flatu[62].

Gli istrumenti erano le tibie, le quali apprendiamo dalle notizie che si leggono in molte edizioni in fronte alle commedie di Terenzio, che fossero di più specie.

Erano esse fatte di canna, di bosso, di corno, di metallo, o stinco di alcuni uccelli e animali, d’onde il nome ebbe origine. Alcune erano simili al moderno zufolo, altre al flauto, altre eran curve, altre s’accoppiavano ed eran pari, altre impari, ambe suonate ad un tempo da un medesimo suonatore, altre dicevansi destre ed altre sinistre, a seconda dovevansi tenere da una mano o dall’altra, e le prime producevano le note gravi e basse, le seconde ottenevano le acute.

L’Ecira di Terenzio, a mo’ d’esempio, fu accompagnata da due tibie pari: modos fecit Flaccus Claudi tibiis paribus[63]: il Formione dello stesso dalle tibie impari o disuguali: modos fecit Flaccus Gaudi tibiis imparibus; l’Andria con doppio pajo di tibie; gli Adelfi dalle tibie dette Sarranæ, che erano dell’egual lunghezza e diametro interno, come le pari, in guisa che tutte e due si trovassero alla medesima altezza di suono. Così dicasi delle altre commedie di lui, in molte edizioni delle quali leggesi, come dissi, in fronte alle stesse la nota: Acta tibiis dextris, vel sinistris, paribus vel imparibus.

I musici che suonavano le tibie nel teatro e che venivano altresì adoperati nelle feste e solennità religiose e ne’ funerali, chiamavansi Tibicines, e in Roma costituivano, come ne fa fede Valerio Massimo, una speciale corporazione. — Una pittura pompejana ci rappresenta un tibicen, seduto sul thymele nell’orchestra in atto di battere il tempo col suo piede sinistro e coperto dalla lunga veste.