Nè ufficio di tibicini era solo accompagnare del loro suono gli attori ed il coro durante la rappresentazione, ma ben anco di suonar negli intermezzi e fra gli atti, come usasi modernamente e come Plauto, chiudendo il primo atto del Pseudolus, informa con queste parole: Tibicen vos interea hic delectaverit[64]: ma già fin d’allora avvertivasi da molti alla inconvenienza di turbare con suoni le scene più interessanti e poetiche della tragedia, se Cicerone colla finezza della sua ironia avesse a scrivere: Non intelligo quid metuat cum tam bonos septenarios fundat ad tibiam[65].
E in Grecia e in Italia, preponendosi, per gentile e religiosa costumanza, alle scienze e alle arti quelle amabili divinità che sono le Muse; se Talia, come abbiamo veduto, era musa assegnata alla Commedia, Melpomene fu la musa della Tragedia.
Indarno lo scoliaste d’Apollonio e quello dell’Antologia[66] pretesero a questa Musa attribuir l’ode, forse a ciò indotti dal valore del suo nome, che significa cantante, senza riflettere che questo nome meglio convenga alla musica, che, come testè ho esposto, usavasi dagli antichi durante l’azione tragica teatrale; perocchè la maggior parte degli scrittori e poeti, greci e latini, s’accordino nel dire Melpomene la Musa della Tragedia e tra gli altri Petronio Afranio nell’Elogio delle Muse lo affermi chiaramente:
Melpomene reboans tragicis fervescit iambis[67];
e Le Pitture d’Ercolano portano scritto ΜΕΛΠΟΜΕΝΗ ΤΡΑΓΩΔΙΑΝ, Melpomene tragœdiam.
Il vestimento, che si assegna ordinariamente a questa Musa severa, è una tunica lunga, appellata talaris, le cui maniche giungono a’ polsi, al di sopra di essa un peplum o tunica più corta, e da ultimo la syrma teatrale, col pugnale e la maschera tragica alla mano, calzata del coturno, austera nella figura ed ombreggiata da’ capelli la fronte, fronte comæ torva, come ebbe a cantare Ovidio, che ho già citato.
Venendo ora alla materialità o forma e disposizione delle parti architettoniche di un teatro tragico, non potrei che riferirmi a quanto mi accadde di dire nel capitolo precedente, perocchè teatro comico e teatro tragico si somigliassero quasi in tutto. Le differenze ho già del pari notate, e son minime; l’Odeum più spesso, il qual era d’origine greca, soleva esser coperto. Laonde vengo difilato al Teatro Tragico pompejano.
Anche quella descrizione che particolarmente ho fatta del teatro Comico, mi abbrevia il còmpito della descrizione del gran Teatro, o Teatro Tragico di Pompei; perocchè suppergiù si avrebbero a dire le medesime cose, da che e la distribuzione delle parti e l’ordinamento e i locali si rassomiglino, come anche molto simili gli scopi.
Non noterò adunque che quelle specialità che lo differenziano, a scanso d’inutili ripetizioni, non lasciando anzi tutto di prender atto del nome del suo architetto, quale ci fu tramandato da un’iscrizione ch’era in una muraglia attinente al teatro ed oggi trasferita al Museo Nazionale e che suona così:
MARTORIUS M . L . PRIMUS ARCHITECTUS[68].