Il teatro Tragico era situato sul declivio di una collina, sulla sommità della quale si trova il lungo e vasto portico accommodato a ricevere gli spettatori in caso di pioggia, potendo all’uopo anche servire di passeggio, e di lizza per gli esercizi ginnastici. A differenza del Comico, era esso scoperto al pari dell’anfiteatro e della più parte dei teatri d’allora, massime di Roma; onde notai come particolarità quella dell’Odeum pompejano d’essere stato coperto, riferendo anzi a prova l’iscrizione che l’attesta, ma che d’altronde non può dirsi che fosse l’unico nella Campania, avvertendoci Stazio che pur in Napoli, dei due teatri, l’uno fosse coperto e l’altro no, in quel verso:
Et geminam molem nudi, tectique theatri[69].
Non è però che il Teatro Tragico esponesse così gli spettatori all’incommodo, non lieve in quella parte d’Italia, in cui l’estate è precoce, de’ vivi raggi del sole; avvegnachè si fosse presto ricorso alla invenzione di un mezzo per ovviare al grave inconveniente, nel velarium, che vi veniva disteso al disopra; lo che praticar solevasi anche ne’ giuochi dell’anfiteatro, come a suo luogo vedremo, riportando anzi, come farò, il tenore di alcuni affissi che annunziando al popolo gli spettacoli, lo avvisavano, a maggior eccitamento di concorso, che sarebbe tirato sull’anfiteatro il velario.
Nei teatri della Campania, prima che altrove e per conseguenza pur in questo di Pompei consacrato alla tragedia, secondo la testimonianza di Plinio, venne introdotto l’uso del velarium a coprir il teatro e difendere per tal modo gli spettatori dagli ardori del sole; e come che esso richiedesse servizio di cordami e si componesse di tele quali si usavano per le vele de’ navigli, e che anzi se ne conservasse perciò loro il nome, così a distenderlo servivansi d’ordinario di marinaj.
Questa commodità, che avrebbe dovuto essere come salutare universalmente accolta, venne invece biasimata in Roma, chiamandola effeminatezza campana, quando Quinto Catulo ve l’importò, siccome leggiamo in Valerio Massimo: Quintus Catulus imitatus lasciviam primus spectantium concessum velorum umbraculis texit[70], e quello stupido mostro di Caligola, al dir di Svetonio, recavasi a diletto di far ritirare improvvisamente il velario e costringere gli spettatori a rimanere a capo scoperto esposti alla più cocente sferza canicolare[71].
Ma se nella Campania s’era ritrovato questo eccellente, quantunque calunniato, espediente contro la sferza canicolare, sappiam però da Marziale, che assai spesso esso tornasse inutile affatto in Roma al teatro di Pompeo, per l’imperversare del vento. Ma se così in Roma, che sarà stato allora in Pompei? Sedendo la città in riva al mare, era più che mai esposta alla furia di esso. Il Poeta che protestava, nell’epigramma dal titolo Causia, cioè il cappellino usato nel teatro di Pompeo, ch’ei conserverebbe il suo cappello in testa:
In Pompejano tectus spectabo theatro
Nam populo ventus vela negare solet[72],
senza volerlo, ci lasciò ricordato che a’ quei giorni anche in teatri scoperti fosse della buona creanza lo starsene a capo nudo.
Giulio Cesare spinse la propria prodigalità fino al punto di volere in una festa magnifica data al popolo romano, che disteso fosse il velario di seta sull’anfiteatro e si sa che la seta si vendesse allora a peso d’oro. Anche Nerone ordinò un velario di porpora, i cui ricami d’oro rappresentavano il carro del Sole, circondato dalla Luna e dalle Stelle.