Una ragione più alta aveva contribuito a radicare profondamente nell’animo di tutti la passione e nelle consuetudini generali la frequenza de’ teatrali spettacoli, — la religione: — perocchè rimontandosene alle origini si trovi, per testimonianza di Tito Livio, che nella epidemia, onde fu Roma afflitta nel 390 di sua fondazione, la collera celeste serbandosi inesorabile alle continue supplicazioni, si fosse ricorso alle sceniche rappresentazioni, in cui attori erano commedianti etruschi, detti nella loro lingua istrioni, i quali trattavano artifiziosamente a suon di flauto e gestendo senza parole[1]. Fra i Romani stessi sorsero subito dopo imitatori; i giuochi scenici attecchirono e vennero per ciò considerati non come un semplice passatempo soltanto, chè per tali non si ebbero che gli spettacoli del circo, ma come una vera istituzione civile e sacerdotale.
Noi medesimi, se avessimo in oggi a restringere il teatro in que’ confini che lo fecero definire la morale in azione, e se la coscienza degli scrittori non escisse dai limiti assegnati dai veri intenti dell’arte, per libidine di facili e funesti plausi, non potremmo ricusarci dall’averlo tuttavia per una vera istituzione civile.
Nel desiderio di abozzare alla meglio anche questa parte della vita romana, di cui Pompei fornisce a noi ne’ suoi monumenti le più ineccepibili prove, converrà che prima m’intrattenga del Teatro Comico, detto altrimenti Odeum, nel quale poi c’intratterremo, giusta i richiami, della sua storia, delle sue produzioni; poscia del Teatro Tragico e della sua storia; riserbando all’ultimo il discorso intorno all’Anfiteatro e a’ suoi ludi; quantunque a vero dire si dovrebbe premettere di questi ultimi, se noi pure, come gli antichi, ritenessimo che gli spettacoli scenici non siano che appendici meno importanti di quelli del Circo.
Fin dal 13 maggio 1769 veniva scoperta sulla muraglia del Gran Teatro, o Teatro Tragico che si voglia dire e del quale sarà l’argomento nel capitolo venturo, la iscrizione seguente:
C . QVINCTVS C . F . VALG .
M . PORCIVS M . F .
DVO VIR . DEC . DECR .
THEATRVM TECTVM
FAC . LOCAR ; EIDEMQVE PROBARVNT[2].
Tale scoperta confermava la designazione, che fin dal 23 marzo precedente era stata fatta, che quivi esister dovesse l’Odeo, o Teatro Comico, avvalorata altresì da ciò che contiguo vi fosse il Teatro Tragico, pur in questo avendo i Pompejani seguito la comune consuetudine in congenere materia, e che noi troviamo consegnata nelle seguenti parole del capo IX, libro V di Vitruvio: exeuntibus e theatro sinistra parte Odeum[3].
L’Odeo, in greco Ωδεῖον, che in questo passo medesimo ci fa sapere Vitruvio essere per la prima volta stato eretto in Atene, ornato da Pericle di colonne, di pietre e coperto di alberi e antenne di navi, spoglie riportate in guerra contro de’ Persiani, vogliono tutti che fosse stato un piccolo teatro; ove si facessero le prove e le disfide musicali, come derivatone l’appellativo dalla voce greca ωδή, che significa canto.
In Pompei l’Odeum era destinato alla recitazione delle commedie, ai concorsi poetici, alle rappresentazioni mimiche e satiriche, e se si vuole argomentare dall’uso generale di tali ritrovi, alle dispute filosofiche ed anche agli spettacoli d’inverno, e per ciò coperto; onde, per dirla con Tertulliano, l’impudico divertimento non fosse dal rigore della stagione turbato[4]. Il severo giudizio di questo padre della Chiesa cristiana era giustificato dalla licenziosa libertà sempre esistita nei ludi scenici e circensi, ma fatta ancor più sfrenata negli ultimi tempi dell’Impero.
Dal 1793 al 1796 venne questo teatro sgombro dalle macerie, messo nelle condizioni nelle quali trovasi di presente e in guisa da prestarsi alla sua intera descrizione.
Esso è fabbricato, egualmente che il Teatro Tragico e il Foro, sopra uno strato di lava vulcanica antichissima, che porge a questi edifizj il più solido fondamento; ma la sua costruzione è di tufo di Nocera, all’infuori delle scale che separavano le gradinate che son di durissima lava. Sopra l’estremità del muro semicircolare, ossia sul cornicione, ancor si veggono i luoghi ove stavano le colonne su cui il tetto poggiava, il quale si apriva tra l’una e l’altra colonna uno spazio vacuo, pel quale s’intromettevano la luce e l’aria. Tali colonne si rinvennero rovesciate, onde anche per la certa quantità di tegole numerizzate con carbone e là ordinatamente disposte, si argomentò che rovinato il teatro dal tremuoto del 63, si ritrovasse poi nel 79 in istato di restaurazione. Dyer crede rimonti la sua prima costruzione a poco tempo dopo la Guerra Sociale, così forse ottant’anni avanti Cristo.