Come di consueto, e come Vitruvio ne fa regola generale de’ teatri, la forma della cavea è d’un emiciclo, e sotto il nome di cavea designavasi quella porzione dell’interno di un teatro od anfiteatro, che conteneva i sedili sui quali stavano gli spettatori, e che era formata da un numero di ordini concentrici di gradini sopra più ordini di arcate, quando essi non fossero praticati in qualche parte, od addossati a montuosità di terreno. Secondo la dimensione dell’edificio, questi giri di sedili erano divisi d’ordinario in uno, due o tre scompartimenti, distinti, separati l’uno dall’altro da un muricciolo detto præcinctio, abbastanza alto per impedire la comunicazione fra essi; cosicchè i diversi scompartimenti assumevano i qualificativi di prima, seconda, terza ed anche più spesso di ima, media e summa cavea, cioè ordine inferiore, di mezzo e superiore. E così era dell’Odeum pompejano.
Il pavimento per nove passi di diametro tocca l’uno e l’altro corno dell’emiciclo terminato in due zampe di leone di tufo vulcanico. Quindi incomincia la prima cavea in quattro ordini di gradini più grandi e spaziosi degli altri, ove sedevano i magistrati ed ivi erano collocati i bisellii e le sedie curuli. Indi seguono quattordici gradini in cui l’ordine equestre aveva il suo posto: vi tengono poi dietro diciotto altri ordini, ognun dei quali sempre più si va allargando nei lati per formare il diametro dell’emiciclo e stretto pel contrario nell’orchestra, della quale dirò fra poco.
Dopo i primi quattro gradini si vede un parapetto di separazione con un ripiano, o gradino più largo. Si riconosce da ciò subito una delle precinzioni, che i Greci chiamavano δίαζωματα, con cui, come dissi testè, precingeva, o separava il primo dal secondo, ordine della cavea, dove stava la gente più distinta.
V’era poscia una seconda precinzione, che separava la media, o seconda cavea, dall’ultima, dove sedevano la plebe e le donne. I gradini della media cavea, sono intersecati da sei piccole scale per linea retta dall’alto al basso, chiamate viæ, itinera, scalæ e scalaria, che hanno principio da sei vomitoria, o porte superiori corrispondenti al corritojo coperto, donde arrivavasi alla prima precinzione. Da essi entravano gli spettatori per prendere il rispettivo posto, e da essi, a spettacolo ultimato, uscivano.
Quelle scalarie, intersecando i gradini circolari, costituivano cinque cunei o scomparti, ciascun dei quali veniva poi assegnato a determinata classe di spettatori; onde vi fosse quello de’ magistrati, quello de’ mariti, quello de’ giovani pretestati, quello de’ conjugati, e vie via degli efebi, oratori, legali, pedagoghi, soldati, che giammai si confondevano colla plebe, e le altre distinzioni del popolo, le quali venivano osservate, da che un decreto d’Augusto, secondo lasciò ricordato Svetonio nella vita di questo Cesare, le avesse a prescrivere, a ciò indotto dalle ingiurie che un senatore aveva ricevuto nel teatro di Pozzuoli.
«Egli, Augusto, scrisse quello storico, rimediò alla confusione ed al disordine estremi che regnavano negli spettacoli, mosso dall’ingiuria ricevuta da un senatore, che nella occasione di celeberrimi ludi in Pozzoli, che avevano attirato immenso concorso, non aveva trovato posto, ordinando con un senato consulto, che in tutte le rappresentazioni publiche il primo ordine spettasse a’ senatori. Vietò ai deputati delle nazioni libere e alleate di sedere nell’orchestra, perchè avesse sorpreso che molti fra di essi fossero del genere de’ liberti. Separò dal popolo il soldato. Assegnò posti particolari a’ mariti, speciali gradini a coloro che portavano ancor la pretesta, collocandone i precettori appresso. Agli abbigliati in bruno (pullatorum) interdisse il centro della cavea. Alle femmine, già confuse cogli uomini, non concesse assistere che dal posto superiore alle lotte de’ gladiatori. Destinò alle sole Vergini Vestali un separato posto nel teatro di contro alla tribuna del pretore»[5].
Petronio nel suo Satyricon, ci ha lasciato alla sua volta memoria che l’ordine più alto ne’ teatri fosse quello riserbato agli schiavi, alle cortigiane ed all’infima plebe, in quel passo in cui Criside, l’ancella della dissoluta Circe e mezzana de’ suoi amori, accostando Encolpo e invitandolo da parte della sua padrona, alla maraviglia di costui che schiavo di Eumolpione s’era infinto e mutato il nome in quello di Polieno, così risponde: «Quanto al dirti schiavo ed abbietto, questo è lo stesso che accendere il desiderio di colei che ti aspetta; perchè hannovi alcune donne che dilettansi di sucidume, o non sentonsi brulichio se non alla vista di schiavi, o di sergenti ben infiancati: ad altre un mulattiere coperto di polvere, ad altre un attore che figura su per le scene. Insigne fra queste è la padrona mia: ella sale dall’orchestra al quattordicesimo ordine, e in mezzo all’ultima plebe rintraccia chi più le piace»[6].
Eravi poi l’orchestra, che occupava, rispetto al rimanente dell’edificio, un posto corrispondente alla platea de’ nostri teatri e consisteva in uno spazio aperto, in piano, nel centro dell’edificio sul fondo, circoscritto di dietro dalle più basse file de’ sedili degli spettatori e dinanzi dal muricciuolo della scena. Il pavimento di questa parte è di marmi greci disposti in varii quadrati, e nel mezzo sopra una larga fascia di marmo cipollino, che ne occupa tutto il diametro, si legge in grandi lettere di bronzo incastonata questa iscrizione:
M . OCVLATIVS M . F . VERVS .
VIR PRO LVDIS[7].
Dalla quale iscrizione apprendiamo il nome d’uno de’ due sovrintendenti dei giuochi o spettacoli in Marco Oculazio Vero.