Fu nell’anno 490 della fondazione di Roma, che Marco e Decimo Bruto offersero pubblicamente in Roma nel Foro Boario spettacolo di gladiatori, in occasione della morte di Giunio, loro padre: i tre figli di Emilio Lepido, augure, ne fecero lottare undici coppie nel foro per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino; indi crebbero vieppiù. Già vedemmo di Lucio Silla, come i ludi gladiatorii ordinasse per testamento nelle sue esequie. Cesare, in memoria della figlia, ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano, l’amico di Plinio, per centoventitrè, offerendo duemila combattenti.

Nè fu più ragione il funerale o la religione soltanto a siffatti spettacoli; ma i gladiatori si diedero ben anco a semplice titolo di divertimento, e i magistrati primarj entrando in carica, a ingrazianarsi il popolo, glieli offrivano a spettacolo; onde perfino tale divertimento stesso gladiatorio si appellasse munus, sia che intender si volesse dato gratuitamente, sia perchè dato per l’officio.

È fatto menzione da Svetonio, nella vita di Claudio, come questo Cesare, prima di disseccare il lago Fùcino, vi volesse dare uno spettacolo di naumachia, e che i gladiatori che vi dovevano combattere, passando prima d’innanzi all’imperatore gridando: Ave, Imperator, morituri te salutant:Salve, o Imperatore, que’ che vanno a morire ti salutano, — Claudio lor rispondesse: Avete vos, — state sani; ond’essi, il saluto interpretando come un perdono e una dispensa dal battersi, più non volessero infatti pugnare; tal che Claudio, indegnato, rimanesse in forse se farli tutti perire di ferro e di fuoco; ma poi lanciandosi dal suo seggio e girando intorno il lago d’un passo tremante e ridicolo, un po’ con minacce, un po’ con promesse, li obbligasse a combattere.

Era dunque una vera frenesia per codesti giuochi e così fu spinta, che tali combattimenti diventarono presto un mestiere, e il popolo sovrano a pagarli e fin le dame a carezzarne i campioni.

Or chi erano questi sciagurati che mettevano a prezzo il loro sangue, la loro vita?

Due specie vi avevano di gladiatori: la prima di coloro che venivano astretti ad assumere siffatto mestiere; l’altra di coloro che volontariamente lo esercitavano. Venivano essi, cioè, della prima specie, trascelti fra diverse classi della società, o erano schiavi che a tal uopo vendevansi o prigionieri di guerra, che dopo aver servito a decorare i trionfi de’ comandanti vittoriosi, riservavansi ai pubblici giuochi; o finalmente colpevoli di crimini o condannati per causa di ribellione.

Tuttavia accadde, — ed ecco come avvenisse che vi fossero atleti della seconda specie, — che si vedessero scendere ne’ circhi a combattere co’ gladiatori anche liberi cittadini, sia che fossero spinti a così degradarsi dall’ingordigia del danaro, ed appellavansi auctorati, sia che fossero mossi da una stolta ambizione.

La degradazione era necessaria conseguenza della professione da chiunque venisse essa abbracciata; perocchè, comunque liberi, questi auctorati erano tenuti ad un solenne giuramento, che ben valeva una verace schiavitù. La formula di tal giuramento si può leggere nei frammenti di Petronio Arbitro: In verba juravimus, uri, vinciri, verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus jussisset: tanquam legitimi gladiatores, domino corpora animosque religiosissime addicimus[137]. Essere uccisi dal ferro, cioè, quando cadevano vinti che dovevano allora sommettersi all’ultimo e mortale colpo del vincitore; abbruciati o flagellati, quando avessero timidamente pugnato o si fossero vilmente sottratti al ferro. A questo fine nell’arena e sulla scena erano sempre i Lorarii, o Mastigofori altramente detti, schiavi destinati ad infliggere loro le summentovate pene.

Erano inoltre diverse le classi de’ gladiatori. V’erano i secutores, inseguitori addestrati a combattere coi retiarii, prendendo il nome dal modo onde inseguivano l’avversario, che avendo tentato di gittar su di essi la sua rete, senza esservi riuscito, era costretto fuggire, finchè gli fosse dato di ricuperar la rete, di cui si valeva. Così sappiamo de’ retiarii, altri gladiatori che, oltre la rete colla quale cercavano avvolgere i secutores, erano pure armati d’un forcone a tre rebbi, tridentes. — Myrmillones chiamavansi que’ gladiatori che ponevansi a pugnare contro i retiarii o contro i Traci, thraces, gladiatori pur questi armati di coltello con arma ricurva, come Spartaco che vuolsi appunto nativo di Tracia, che combattevano alla foggia del loro paese. I Myrmillones portavano l’elmetto gallico con l’immagine d’un pesce per cresta. In una tomba presso la porta Ercolano in Pompei si trovò scolpita una figura di essi. Giovenale così delle prime tre sorta di gladiatori fa cenno, staffilando i nobili degenerati del suo tempo, che spudoratamente a questo infame mestiere si erano dati.

. . . hæc ultra quid erit nisi ludus? Et illud