Il Ludo Gladiatorio piuttosto e veramente, a quante le ricerche diligenti fatte hanno condotto a ritenere, è quell’edificio al fianco orientale del Foro triangolare, del quale parlando, ho già mentovato, che per tanto tempo si continuasse a designare per quartiere di soldati. Tale designazione non era stata, siccome avvenne di tanti altri edifici di Pompei, determinata dal capriccio, ma sì dall’esservisi trovate alcune armature e ceppi entro i quali costrette ancora le ossa dei piedi di varii scheletri, che s’era supposto essere stati di soldati in punizione, i quali erano stati sorpresi dalla estrema eruzione del Vesuvio e dalla finale catastrofe senza potersi svincolare da essi. Questi ceppi si conservano al Museo Nazionale di Napoli e costituisconsi di una lunga e duplice barra di ferro, avente ad eguali intervalli venti perni rialzati che sulla cima finiscono in anelli. Tra l’uno e l’altro di questi perni il colpevole doveva collocare i piedi, che vi venivano serrati da un ferro traversale, che passava per quegli anelli, ed a fianco stava la serratura a chiave che assicurava un tal ferro.

In tutto questo edificio, scoperto nel 1766 e completamente sbarazzato nel 1794, si contarono al momento delle prime indagini, non meno di sessantatrè scheletri e si è questo considerevole numero di scheletri che farebbe persistere taluno scrittore, — cui pare improbabile che una città di non molta importanza per popolazione come Pompei potesse contare un numero sì forte di gladiatori, — a voler ravvisare in questo edificio una caserma di soldati; tanto più che una piazza forte come questa dovesse invece avere una guarnigione e per conseguenza una appropriata caserma.

Ma il P. Garrucci stabilì in una sua memoria, inserita nel tredicesimo numero del Bollettino Archeologico Napoletano del gennaio 1823, che quest’edificio non potesse essere che un Ludo de’ gladiatori. Nè del resto può sembrare improbabile in Pompei il numero suddetto di gladiatori, da che si avverta, e noi l’apprendemmo dalle iscrizioni che riprodussi, come l’epoca dell’ultima eruzione che seppellì Pompei coincidesse colla stagione ordinaria degli spettacoli più strepitosi dell’anfiteatro, e che doveva pur esser quella in cui i più doviziosi romani, che possedevan ville nel delizioso golfo napolitano, solevano ritrovarsi nelle loro villeggiature. D’altronde se la questione numerica della popolazione dovesse essere non solo un irrecusabile argomento, ma ben anco un semplice argomento od una seria congettura, non si saprebbe, per egual titolo, trovar la ragione d’essere del vasto anfiteatro. Ma ho già notato invece che agli spettacoli di Pompei intervenissero pure dalle vicine terre e castella e, i fatti storici alla mano, ciò si è incontrovertibilmente da me stabilito.

Questo Ludo adunque è un vasto parallelogramma, nel quale i gladiatori venivano istruiti a combattere da un lanista o maestro di scherma. Era questi o il proprietario d’una compagnia di tali uomini, che li locava a chi volesse offrire uno spettacolo gladiatorio; od anche solo l’istruttore de’ gladiatori appartenenti allo stato, e perciò detti cæsarei. Tale parallelogramma era tutto circondato di portici e d’architettura dorica a due piani, sostenuti da sessantaquattro colonne di tufo rivestite di stucco e scannellate nella parte inferiore.

Nel giro del portico terreno vi sono molte camere, ed in quelle verso il lato occidentale si trovarono i suddetti istrumenti di punizione. Nell’interno del portico, sulle colonne e nelle camere erano graffite parecchie iscrizioni, fra le quali è riportata da tutti e non per anco decifrata con soddisfazione, e per me affatto di colore oscuro, la seguente:

VHI . K . FEBR .
TABVLAS POSITAS
IN MVSCARIO
CCC . VIIII . SS . CCCC . XXX .

Dal pianterreno si ascendeva per mezzo d’una scala in angolo presso le camere ad uso di prigione al piano superiore. Non fa ora all’argomento mio di tener conto degli oggetti, fra’ quali molti muliebri, qui rinvenuti negli scavi: perocchè debba affrettarmi ad entrare più spiccio nel tema di questi gladiatori.

Roma aveva parecchi di questi ludi, e furon noti il Ludus Gallicus, il Dacicus, il Magnus, il Mamertinus, l’Æmilius. A questi non eran preposti soltanto i lanista ma de’ procuratores, tratti dalle classi cittadine più distinte, ed avevano inoltre proprj medici e chirurghi per curarne l’esistenza e la prestanza, come farebbesi di polli che si vengano nutricando per le delizie de’ banchetti. Tacito però non a torto chiamò il ludo sagina gladiatoria[136], ingrassamento gladiatorio. Nè meno celebri furono i ludi di Capua e di Ravenna; dal primo eruppe Spartaco e sappiam com’egli fosse il capo della rivoluzion servile: al secondo, di proprietà dello stato, appartiene il Gladiatore che è il protagonista della bella tragedia dell’Halm, tradotta dall’egregio prof. dott. Giuseppe Rota, d’alcun brano della quale, a chiarimento del mio soggetto, infiorerò tra poco queste pagine.

Quale si avessero origine i Gladiatori, esporrò sotto brevità.

I funerali e la religione li produssero. Gli Etruschi gli usarono ne’ funerali, essendo loro credenza che l’anime de’ morti coll’uman sangue si propiziassero. Epperò i captivi di guerra, gli schiavi tristi e colpevoli, comperati, si immolavano nelle funebri pompe. Dagli Etruschi venne il costume a’ Romani, prima però che a questi, passò con determinate modificazioni ne’ riti, a’ popoli della Campania.