Nobile et Herculeum fama canebat opus.

Prisca fides taceat: nam post tua munera, Cæsar,

Hæc jam feminea vidimus acta manu[172].

Così si ebbero anche le bestiariæ.

Eppure il lettore non ha certo obliato come sotto la porta principale dell’anfiteatro di Pompei nella iscrizione a sinistra dedicata a Cajo Cuspio Pansa padre, si faccia cenno d’una legge Petronia, della quale l’illustre magistrato pompejano sarebbe stato rigido osservatore.

Questa legge, così chiamata da Petronio Turpiliano suo autore, che era console in Roma, nell’anno 813 (61 dell’E. V.), unitamente a Cajo Giunio Cesonio Peto, soccorse alla misera condizione de’ servi, provvedendo che dove accadesse una eguale disparità di voti in un giudizio intorno la manumissione di un servo, decretar si dovesse in favore della sua libertà (L. 24. ff. de manumiss.), e proibendo agli inumani padroni di condannare a loro arbitrio i servi al combattimento colle bestie feroci, se prima non fossero stati giudicati meritevoli di questa pena con un formale giudizio. Ma intorno a questa legge, perchè memorata nella pure da me riferita lapide pompejana, lungamente dissertò il marchese Arditi, che fu ne’ primi anni del secolo sovrintendente agli scavi di Pompei, ed alla quale rinvio chi desideri saperne di più.

È implicitamente così detto che al combattimento colle fiere venissero condannati unicamente servi ed altri colpevoli. Ma, oltre ciò, altri, rei di parridicio o d’empietà, venivano condannati alla esposizione delle fiere nell’anfiteatro; ragione per cui la storia dei primitivi tempi del Cristianesimo segna a migliaja cosiffatte condanne dei neofiti cristiani, che gli imperatori si ostinavano a considerare come nemici dello Stato, malgrado pur sapessero che nelle loro agapi e catacombe e in ogni istituzione avessero in obbligo la preghiera per essi, l’obbedienza alle leggi e il perdono a’ nemici. Codeste persecuzioni durarono a questi miti ed entusiasti credenti, che da noi sono chiamati martiri della fede e però designati alla venerazione nostra.

Uno de’ precetti della filosofia stoica era: non ammirate gli spettacoli; i Cristiani, nello ispirarne l’aborrimento, avevano così una ragione maggiore.

Ecco un esempio di codesti ludi pantomimici, nei quali la catastrofe aveva veramente umani sagrificj, combinando così l’applicazione d’una vera pena col pubblico divertimento.

Ancora il più volte citato Marziale, nel suddetto Libellus, descrive di tal guisa lo spettacolo pantomimico, nel quale, Laureolo, schiavo, che per aver ucciso il padrone, era stato, come colpevole di parricidio, condannato alla croce ed alle fiere, era lo sventurato protagonista: