Non debet domini perire munus[187].

Il volume degli Epigrammi di Marziale ribocca di oscenità, quantunque non lo disdegnassero perfino le matrone padovane, che andavano celebrate per castigatezza di morale, e così aperte e senza velo esse sono, che il Pontano ebbe ragione di dire che taluni epigrammi sono tanto impudenti e inverecondi, che neppure sveglino concupiscenza. Avviene infatti lo stesso delle pitture e delle statue, che meno impudiche appajono quando rappresentino senza adombramento di sorta il nudo, mentre, pel contrario eccitino vieppiù a lascivia, se qualche parte appena della figura sia dall’artefice lasciata ignuda.

Nondimeno, ripeto, in questi brevi componimenti sono ricordate tutte le forme di libidini famigliari a quel tempo depravato, e l’italiano traduttore infatti, — il cavaliere P. Magenta — pel maggior pudore della lingua nostra, com’egli avvisa, dovette omettere espressioni od usare circolocuzioni, o sostituirvi anche sentimenti proprii, a palliare l’osceno.

Aveva allora veramente ragione Turno, il poeta satirico del tempo di Marziale, quando lamentava nel suo poema In Musas infames (del quale non abbiamo sventuratamente che un frammento), che la poesia e i poeti contribuissero a tutta questa depravazione, rilegando le vergini muse al Lupanare. Sola reliquia e di breve proporzione di quel disdegnoso poeta, stimo riesca gradito al lettore il presentargliene il testo e in nota l’intero volgarizzamento, da me stesso espressamente condotto. È d’altronde così strettamente connesso al tema che svolgo nel presente capitolo, che parmi vi abbia tutta l’opportunità.

IN MUSAS INFAMES[188].

Ergo famem miseram, aut epulis infusa venena

Et populum exsanguem, pinguesque in funus amicos,

Et molle imperii senium sub nomine pacis,

Et quodcunque illis nunc aurea dicitur ætas,

Marmoreæque canent lacrymosa incendia Romæ,