Ma Lidia tornò a Calaide e Orazio a Cloe, che presto abbandonò per Fillide liberta di Santia, e questa pure per la Glicera, ch’era stata, come vedemmo, di Tibullo. Ed ammalò anzi per lei per irritabilità di nervi e a lei sagrificò parecchie delle passate amanti, vituperandole ne’ suoi versi, giusta il suo mal vezzo, spesso diviso dal genus irritabile vatum[186], lo che non impedì che venisse dall’attempata cortigiana un bel dì congedato.

Volle ritornare a Cloe, ma ne fu dispettato, perocchè ella si fosse invaghita di Gige, che alla sua volta correva presso di Asteria, e Orazio, a vendicarsi del rifiuto, incoraggiava co’ suoi carmi gli amori di Gige ed Asteria.

Si volse allora a Lida, auletride, ma l’amore che li stringe qualche tempo risente dell’età, la qual più si piace dell’orgia che non del tenero sentimento, e con questa passione tutt’altro che gentile chiuse l’immortale poeta degli Epodi e delle Satire la poco dicevole carriera de’ suoi amori libertini.

Più inanzi dirò di altri più depravati gusti di Orazio, ch’ei divideva d’altronde coll’età ed anche cogli altri poeti più teneri e sentimentali, come quelli che prima di lui ho ricordato; con ciò vedendosi come al libertinaggio del tempo, in essi si congiungesse quello di una più ardente fantasia.

Dovendomi ora arrestare in questo storico compendio della romana prostituzione a dire degli uomini e delle cose infino all’epoca della catastrofe pompejana, con che per altro ritraesi più che abbastanza per fornirne quasi completo il quadro, tutto il restante non essendo che varianti di epoca e di nomi, non mi posso dispensare dall’accennare a Petronio Arbitro, ed a Marziale, del Satyricon del primo e degli Epigrammi del secondo già m’occorse di allegare in quest’opera l’autorità, da che que’ due volumi costituiscano, colle storie di Tacito e di Svetonio, i documenti più autentici e irrecusabili della romana dissolutezza al tempo dell’impero.

Sa già il lettore essere il Satyricon di Tito Petronio Arbitro un romanzo, o dipintura dei tempi e de’ costumi della Roma dell’impero, e l’universale consenso de’ commentatori ed interpreti ha determinato, sulla fede di Tacito, che Nerone ne sia il protagonista sotto il nome di Trimalcione, uomo estremamente appassionato d’ogni sorta di voluttà e fornito di vivacità e di cognizioni confusamente ammassate. Avendo Petronio avuto il sopranome di Arbitro, perchè fosse a comune notizia esser egli il direttore de’ piaceri del Principe, può farsi agevolmente ragione ognuno se viva e verace dovesse riuscire la descrizione ch’egli ha fatto di essi.

Marco Valerio Marziale venuto verso l’anno 40 dell’era volgare dalla nativa sua Bilbili — piccola città della Spagna nel regno d’Aragona e poco lungi dalla moderna Calatayud — a Roma, ebbe eziandio forse nella sua concittadina Marcella, della quale celebra l’ingegno, le grazie e la gentilezza nell’Epigramma 21 del lib. XII, la sua famosa, se pure ella non fosse, come opinò lo Scaligero, la moglie sua. Ma di questa Marcella non sappiamo di più dalle indiscrezioni del poeta, all’infuori che nella villa di lei egli andasse a passare gli ultimi suoi anni. Della moglie poi che realmente egli ebbe, se in più d’un epigramma ne parlò, e se Domiziano gli ebbe a concedere in mercede de’ suoi poetici studi il così detto diritto dei tre figli, il che implicava la concessione di diversi privilegi, come già ebbi ad esporre nel capitolo antecedente delle Case, trattando della famiglia, ed egli, il poeta, togliesse da ciò pretesto per congedarla:

Natorum mihi jus trium roganti

Musarum pretium dedit mearum,

Solus qui poterat: valebis uxor: