Illam, post paulo, sed pluris, si exierit vir[184],

parmi avrebbe perciò appunto dovuto essere più ragionevole e attendersi queste infedeltà ed epicureo com’era, volando da questa a quella simpatia, appare assurdo che pretender volesse da quelle donne costanza negli amori.

Seguendo i suoi carmi, si può ritessere la storia della sua vita voluttuosa ed erotica. La prima che si affacci è Neera, che tenne per oltre un anno, ed era valente cantatrice. Povero scriba e non anco famoso per le sue poesie e non ancora protetto da Mecenate discendente da atavi regi, nè però avendo di che pagarla, tornava assai difficile legarla a sè con vincolo di costanza e da lei abbandonato per correre agli amplessi di più facoltoso, si fa di necessità virtù e se ne ricatta predicando egual sorte al proprio successore.

Cominciando poi a farsi conoscere letterariamente, gli avvenne di stringere conoscenza con una illustre patrizia, della quale non si sa il nome, ma pare che putisse alquanto di poesia come di dissolutezza. Costei seppe accalappiarlo e l’ebbe alcun tempo nella sua soggezione, finchè egli seppe scuoterne il giogo e quand’ella a ricuperarlo si faceva a ingiuriare la nuova amante di lui, questi allora ne rintuzzò gli strali co’ più sanguinosi epigrammi.

Poi è alla buona Cinara che volge il suo cuore e di lei si rammenta anche quando le brine dell’età presero a imbiancarle il capo. Ma egli l’abbandonava per cedere agli artifici di Gratidia, bella, ma vile profumatrice e saga, che spacciava filtri afrodisiaci ed esercitava magia, ma che però non seppe valersene tanto da rattenerlo a lungo. Egli anzi, per sottrarsi a tutti i suoi maleficj, la designò a comune disprezzo, rivelandone co’ suoi terribili versi le esecrabili pratiche libidinose all’Esquilino, e le turpitudini tutte sotto il nome di Canidia, che quind’innanzi per lui passò nel volgare linguaggio come sinonimo di avvelenatrice, accusandola perfino che a’ suoi nemici ella cercasse propinare veleno, del quale egli, che le si era nimicissimo dichiarato, non ne morì per altro:

Canidia, Albuti, quibus est inimica, venenum[185].

La dipintura ch’egli ne fa nella Satira VIII, lib. I è orribile: sarebbe troppo lungo il riferirla.

Ebbe di poi Inachia, quindi Lice tirrena, che molto amò e alla porta della quale, facile per tutti, rigorosa a lui, sollecitò lungo tempo i favori e sembra inutilmente; ma dopo alcun tempo, venuta meno la di lei bellezza, prese a vituperarla. Sfiorò appena l’amore di Pirra, senza neppure commoversi nel sorprenderla in braccio ad altro giovane amatore. Delirò poi per la giovinetta Lalage, liberta e amante del suo amico Aristio Fusco; poscia per Giulia Varina, liberta della famiglia Giulia e che cantò sotto il nome di Barina.

Dichiarò a Tindaride cantatrice vaghissima la sua passione e le profferse il suo cuore; ma la madre di lei, amica di Gratidia, volle sconsigliarla dall’accoglierlo, come quegli che sì indegnamente avesse trattato coll’amica sua, esponendola alla universale abominazione: onde il poeta pensò ammansar la ritrosa, esaltandone la bellissima madre e riuscì.

Dalla vezzosa Tindaride passò a Lidia che gli fu resa più appetibile dalla concorrenza di Telefo, a cacciarle il quale dal cuore, non valsero consigli e carmi; che anzi conseguì contrario effetto, perchè fu messo alla porta. Non si diè ciò malgrado per vinto ancora e curato che Telefo fosse alla sua volta scalzato da Calaide, ritornò a lei e seguì infatti la riconciliazione. L’interregno non lo aveva tuttavia tenuto inoperoso; esercitò gli affetti con Mirtale liberta, indi con Cloe, la bella schiava di Tracia.