Ut jam nec bene velle queam tibi, si optima fias,
Nec desistere amare, omnia si facias[182].
La Cinzia, tuttochè la provai gelosa e colta e stimata da Properzio non solo, ma pur dagli altri illustri di allora; non ne procacciò meno colle sue incostanze gli sdegni, e senza dir delle altre elegie, nelle quali sfoga i suoi risentimenti contro di lei, leggasi l’elegia XXV del Lib. III, che altro non è che un addio di maledizione ch’egli le manda per averlo reso la favola di tutti.
Bastino al mio proposito questi versi:
Risus eram positis inter convivia mensis
Et de me poterat quilibet esse loquax[183].
Delle querimonie per i rigori di Delia e di Glicera e di Nemesi son piene le elegie di Tibullo; e quelle di Cornelio Gallo per l’infedeltà della Licori, e in difetto del suo poema, che perì come dissi, dobbiamo starcene alle allegazioni di Donato biografo di Virgilio, di Servio scoliaste di Virgilio stesso e di Quintiliano.
Ma chi più di tutti lasciò imperituri monumenti d’ira e di maledizione per le amanti sue, è Orazio Flacco, il più epicureo de’ poeti latini, ma in ricambio principe della lirica della sua lingua.
Se non che Orazio, che aveva detto amare la facile Venere e le cortigiane più alla mano e sguaiate:
. . . . namque parabilem amo Venerem facilemque