Le tante ragioni che rendono probabile questa essere stata la causa della sua disgrazia chi vuol conoscere parte a parte, vegga i suddetti discorsi di Ermolao Federico, che l’Antonelli di Venezia mandò inanzi alla sua edizione dei volgarizzamenti dei poemi d’Ovidio col testo a fronte.

Progredendo a dire delle famosæ de’ poeti, non lascerò senza menzione la Citeride di Cornelio Gallo, figliuola forse di quella Citeride che amò Giulio Cesare, e alle libere comessazioni della quale non isdegnò il grave Marco Tullio Cicerone di intervenire conviva, e che Gallo cantò sotto il nome di Licori, perocchè omai uopo sia riconoscere che fosse un vezzo di sostituire ai veri, nomi supposti ne’ carmi che dovevano correre per le mani del pubblico. Ma eguale sventura che agli altri poeti, toccò in amore anche a Gallo. Reduce dalla guerra coi Parti e ferito, non trovò più fedele la sua Licori, ch’egli aveva sì amorosamente cantato: onde cercò allora altri affetti nelle due sorelle Genzia e Cloe, poi nella giovinetta Lidia leggiadra e ingenua; ma per quanto si studiasse di esaltarne i pregi, mai i nuovi amori non raggiunsero la forza del primo, fenomeno consueto in codesta passione, che ricusa ogni logica di ragionamento. È un vero peccato che il poema in quattro canti sugli amori per Licori non sia giunto infino a noi, se veramente ha meritato che Quintiliano ne paragonasse l’autore a Tibullo, a Properzio ed Ovidio e del suo vivente godesse dell’universale rinomanza come degno di star fra costoro. Anche le poche poesie che a lui sono attribuite, son soggetto di molte controversie tra i filologi, e la parte che gli è attribuita con meno di inverosimiglianza consiste in una elegia, della quale parecchi versi sono per soprammercato taluni incompiuti e taluni distrutti ed in tre soli epigrammi.

Le Delie, le Lesbie, le Neere, le Corinne, le Cinzie e le Lidie se ispirarono canti leggiadri a’ loro poeti amanti, strapparono altresì da essi imprecazioni e maledizioni, che ci sono pervenute del pari ne’ loro mirabili versi.

Accennai delle infedeltà di Lesbia a Catullo: l’infelice poeta invocava dagli Dei d’essere liberato da questo amore che chiamava la sua peste, perocchè tanto più sentiva d’amarla, quanto meno sentiva di stimarla:

Nulla potest mulier tantum se dicere amatam

Vere, quantum a me, Lesbia, amata mea es.

Nulla fides ullo fuit umquam fœdere tanta,

Quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.

Nunc est mens adducta tua, mea Lesbia, culpa,

Atque ita se officio perdidit ipsa pio;