Meglio è avessero essi avuto di mira gli altri versi di Ovidio nella Elegia V, lib. III dei medesimi Tristi:

Inscia quod crimen viderunt lumina plector

Peccatumque oculos est habuisse meum[179]

e l’altro:

Perdiderint cum me duo crimina: carmina et error[180],

ed altri ancora, e l’Ermolao che vagliò a fondo la questione, così stabilisce nel modo che segue i fatti, che io pure riferendo, credo illustrare ognor più le nozioni storiche della prostituzione.

Il giovane Postumo Agrippa, nipote di Augusto, era stato in pena delle sue stramberie relegato verso la fine dell’anno di Roma 761 dall’avo in Sorrento. Giulia, sorella di lui, giovane donna al pari della madre di coltissimo ingegno e di questa al pari sfrenatissima ne’ costumi, veniva pure pei molteplici adulterii esiliata da Augusto nell’isola di Tremiti dapprima e poscia sul continente. Arbitra dunque la moglie di Paolo Emilio delle proprie azioni, non ci meraviglia che le prendesse desiderio di visitare in Sorrento il giovane fratello, che forse da due anni ella non aveva veduto.

E non ripugna alla ragione, scrive l’Ermolao Federico, che a quella visita il vecchio Augusto consigliasse la nipote, acciocch’ella potesse conoscere l’indole feroce del giovinetto; o per lo meno vi acconsentisse. Comunque ciò fosse, non poteva al certo quel divisamento rimanere ascoso alla Livia, alla quale stava troppo a cuore tuttociò che riguardava il giovane Agrippa, che quantunque allora in disgrazia dell’avo, pure era il solo che avesse potuto contrastare al suo diletto Tiberio la successione al trono imperiale. Nè credette forse opportuno di porre impedimento a quella visita, sperando anzi che dalla unione di quei due capi sventati fosse per uscirne un qualche grave disordine favorevole a’ suoi disegni: riserbandosi però l’usato diritto di spiarne tutte le mosse attentamente.

Essendo Ovidio familiarissimo della giovane Giulia, come può credersi di uomo famoso per le opere del poetico ingegno e per la gentilezza de’ costumi, e che trovavasi allora in età abbastanza avanzata per poter esser considerato quasi a lei padre, non è maraviglia ch’ella il prendesse a compagno in quel viaggio, proponendosi forse nel suo bizzarro pensiero che l’animo rozzo e brutale del giovane relegato potesse inclinare a gentilezza, udendo forse per la prima volta la dolcezza dei versi di quel provetto maestro dei teneri amori. Il giovane prigioniero, annoiato dalla lunga solitudine, accoglie lietamente gli ospiti amabili. Siedono a lauta mensa in numero non maggiore delle Grazie ed allontanata l’incomoda turba di servi, il precettore degli amori viene eccitato dalla Giulia a recitare innanzi al rustico giovinetto quei versi che gli procacciarono tanta fama presso al gentil mondo romano. In mezzo agli spumanti bicchieri, il poeta s’abbandona liberamente a tutte le ispirazioni della Sotadica musa[181]. Gode la Giulia di osservare il rustico fratello commoversi ad amabili sensazioni, e non che reprimerle, le fomenta. Troppo tardi il poeta s’accorge del periglioso effetto de’ suoi versi, imperciocchè gli sfrenati giovani tra le fiamme di Venere e di Bacco, spinti inoltre dalla pravità dell’indole loro, non rispettano la presenza del vecchio cantore per differire ad altro momento lo sfogo de’ loro infami desiderj.

Questo fu il delitto al qual Ovidio trovossi mal suo grado testimonio, e del quale a lui ripugnò farsi per avventura ad Augusto delatore.