Facta vocant Titii mandata, et quidquid Olympi est
Transcripsere Erebo. Jamque impia ponere templa,
Sacrilegasque audent aras, cœloque repulsos
Quondam Terrigenas superis imponere regnis,
Qualicet, et stolido verbis illuditur orbi.
Nè solo Turno alzava la poderosa voce a stimmatizzare quel tempo: perocchè non meno terribile scagliasse il giambo d’Archiloco il severo Giovenale, del quale ben disse il Nisard che basterebbe con Tacito alla completa storia del costume d’allora. Tutte le satire da lui lasciate e massime la prima, la sesta e la nona rimarranno monumenti più durevoli del bronzo della infame prostituzione dell’epoca. Le altre pingono e stigmatizzano altre piaghe non meno deplorevoli, altri uomini non meno ributtanti; e sa il lettore quante volte dovessi ricorrere alle citazioni di questo poeta per aggiungere autorità e fede a cose che altrimenti sarebbero sembrate incredibili. Svetonio, nella vita dei Cesari, la Storia Augusta e la Vita d’Eliogabalo lasciata da Lampridio, forniscono solo diversi osceni particolari, il parossismo della depravazione spinta alla demenza: il fondo rimanendo pur sempre lo stesso.
L’austerità nondimeno di Giovenale mal saprebbesi conciliare coll’impudicizia di Marziale, entrambi essendo da franca amicizia legati. Il poeta epigrammatico con alcuni versi gli accompagna il dono delle noci ch’ei chiama saturnalizie[195]; con altri diretti ad un Maledico si scaglia contro costui, perchè avesse tentato mettere discordia fra lui e l’amico suo Giovenale[196]; e con altri finalmente gli descrive la vita che conduce a Bilbili[197]; lo che dimostra come col satirico poeta avesse fino agli ultimi giorni conservata l’amicizia. — Or come va che lo sboccato poeta degli epigrammi, che non conosce pudore di concetti e di parole, s’accordasse col poeta delle satire, che denunziava terribilmente alla posterità le infamie e le lussurie de’ suoi tempi? Nisard vorrebbe tutto ciò spiegare dicendo: non essere vero che la satira sia sempre la espressione fedele del carattere dell’autore, nè che a prima giunta scuoprasi l’uomo sotto il poeta; che in Giovenale la indignazione venga piuttosto dall’intelletto che dal cuore, e il fondamento della sua filosofia sia la noncuranza professata da Orazio, con un’anima più superba e forse con più pratica onestà[198]. Nell’ultimo epigramma succitato di Marziale diretto a Giovenale, come ne’ due precedenti, vi sono infatti imagini oscene, ciò che prova sempre più che i due poeti furono buonissimi amici, e che Giovenale non era così rigido nel conversare come si mostra ne’ suoi libri. Egli non si faceva scrupolo poi di frequentare il rumoroso rione della Suburra, dove dimoravano le cortigiane, nè di stancarsi sul grande e piccolo Celio a far la corte ai grandi, nè farsi vento alla faccia col panno della sua toga sulla soglia dei loro palazzi, come dice ancora il suo amico Marziale. Ed io v’aggiungo: che per quanto potesse essere stato castigato il costume di Giovenale, pur tuttavia, essendo di depravazione così costituita e satura quell’epoca e per così dire l’aria perfino, che dovesse riuscire affatto impossibile ad individuo qualunque il non parteciparvi in qualche porzione. Catone, il severo e rigido Catone, sebben di qualche generazione antecedente, e quindi di secolo non così corrotto come quello di Domiziano e de’ suoi successori, quante colpe e peccati non avrebbe a confessare! Ma eran colpe e peccati più del tempo che non dell’uomo.
Non entrerò poi qui in maggiori particolari della satira di Giovenale, perocchè dai frequenti brani che ne son venuto citando in questo capitolo ed anche altrove, il lettore ne sa già le cose più saglienti che han tratto al tema della prostituzione e de’ lupanari, e mi prema d’altronde di procedere più spedito in questa rapida rassegna delle antiche vergogne.
Sembrerà incredibile questo quadro che io sono venuto abbozzando della dissolutezza di quell’epoca; ma pur troppo io vi tolsi anzi che aggiungervi; perocchè se la riverenza verso il lettore non mi frenasse, assai e assai più dovrei dire. Era infatti così generale la scostumatezza, che la prostituzione si esercitasse sfrontatamente sulle pubbliche vie, e tanto anzi fosse entrata negli usi comuni e tutto respirasse, come dissi, prostituzione, che allora più non se ne facesse gran caso.
L’invito alla lussuria era pubblicamente fatto più con gesti che con parole. Ovidio, nel poema De Arte Amandi, che pare scritto sotto dettatura della più raffinata cortigiana, chiama questo infame linguaggio furtivæ notæ, e Tibullo dell’abilità in esso concede il vanto alla sua Delia: