Più munificente e assennato appare dalla medesima lettera XVIII Plinio stesso, quando ci dice aver assegnato 500 mila sesterzi alla sua patria Como per educare i giovani.
Le persone povere, o quelle non così facoltose e in grado di comperarsi il bustum, portavansi all’ustrina, terreno publico destinato a bruciare i cadaveri, le ceneri de’ quali venivano quindi trasportate ne’ sepolcreti di famiglia se l’avevano, o se non l’avevano, al sepolcro comune, al quale accenna Orazio nel verso:
Hoc miseræ plebi stabat comune sepulcrum[257];
perocchè la legge proibisse di appiccare il fuoco ad un rogo sul terreno d’altrui proprietà.
Consumatasi la salma, estinguevansi le fiamme col vino: il più prossimo parente, cantandosi da’ musici l’epicedum o poemetto funebre in onore del morto, (da ἐπὶ sopra, e κὴδος, funerale), raccoglieva le ossa ancora ardenti, le lavava in vecchio vino e nel latte e le asciugava con un lino, ciò che chiamavasi ossilegium.
Siffatta costumanza di lavare nel vino, nel latte e talvolta anche nell’olio le ossa, era stata vietata come inutile scialaquo dalle leggi delle XII Tavole; ma non per questo era stata meno e sempre in vigore e in Roma e presso tutte le nazioni a’ Romani soggette. Giova anzi a tal proposito ricordare il grazioso epitaffio che uno schiavo aveva scolpito sulla tomba da lui fatta erigere al giovinetto padrone suo, che così si chiudeva:
Ossibus infundam quot numquam vina bibisti[258].
alludendo al divieto de’ Romani che i fanciulli avessero a bever vino.
Riponevansi da ultimo le ossa in un’urna talvolta di bronzo, il più spesso di terra cotta, di marmo, di alabastro o di vetro, del quale ultimo materiale è l’urna cineraria, scoperta in Pompei, riempita per metà di un liquido e nel quale si discernono ancora i resti di ossa e di ceneri. Oltre di tale liquido si sa vi ponessero rose e piante aromatiche. Un sacerdote per ultimo aspergeva d’acqua lustrale i parenti onde purificarli, ciò che dicevasi suffitio, e dopo, il capo della cerimonia, designator, od anche la prefica, diceva loro: I licet, cioè potete ardarvene e la comitiva si discioglieva. Allora chiudevasi l’urna nella tomba, sulla quale ponevasi la pietra detta monimentum, onde fu poi generalizzato il nome di monumento agli edifizi funebri e sovr’esso l’inscrizione predisposta. Più avanti ne recherò parecchi saggi di quelle trovate e lette negli scavi della Via delle Tombe in Pompei.
E i vasi lacrimatorj, mi si chiederà, a che non li avete voi accennati, prima di chiudere col monimentum il sepolcro?