È di fatto che ne’ sepolcri antichi, e pur in quelli di Pompei si rinvenissero vasi e cucchiai detti lagrimatorii; ma servivano essi davvero a raccogliere, come fu preteso, le lagrime de’ veraci dolenti e delle prezzolate prefiche?
Il Baruffaldi lo credette nella sua Dissertazione De Præficis e lo credettero il Fabbretti nel suo libro delle Iscrizioni ed altri ancora; e il Fabbretti volle anzi da certi fori praticati sovente sul coperchio delle antiche tombe, argomentare l’usanza d’introdurvi per essi le lagrime de’ congiunti ne’ giorni anniversarii o nelle feste commemorative de’ loro cari defunti, molto più che in taluni vasi si sieno vedute delineate le orbite degli occhi, e sui monimenta si riscontrino scolpite tazze ed espresse le lagrime negli epitaffi; ma colla dovuta reverenza a questi dotti, io non mi sono mai capacitato che tal costume avesse potuto un giorno sussistere. Piagnone prezzolate, artifici di dolore per quanto sottili, lagrime di dolenti, versate dopo parecchi giorni dal decesso del caro parente, come avrebbero potuto fornir tanta materia a’ cucchiai e vasi lacrimatorii? Questi arnesi, queste fiale di vetro o di terra cotta, di alabastro o d’altro, non sarebbero stati piuttosto adoperati a raccogliere balsami ed aromi che gittavansi sul rogo, o libazioni di latte e di vino, che si facevano sulle tombe?
Il Grutero, nella eruditissima sua opera, recò più d’una iscrizione, fra le cui parole vedevansi scolpite cucchiaj o patere, come più propriamente dicevansi, le quali erano appunto vasi circolari con manichi, atti a contenere liquidi, ma più specialmente usati, dice Rich, a contenere il vino con cui era fatta una libazione[259].
I fori adunque praticati ne’ coperchi delle tombe debbono indubbiamente aver servito a far penetrare le libazioni di vino e di latte, di che Foscolo pur tenea conto in que’ versi de’ suoi Sepolcri:
Le fontane versando acque lustrali,
Amaranti educavano e viole
Su la funebre zolla; e chi sedea
A libar latte e a raccontar sue pene
Ai cari estinti, una fragranza intorno
Sentia qual d’aure de’ beati Elisi[260].