Questo tamburo pare fosse formato da una caldaja di rame, lebes, sulla cui periferia era tesa una pelle come sono i timballi delle nostre odierne orchestre: nondimeno i Parti ebbero anche il lungo tamburo, come si rileva da Plutarco (In Crasso 23); ma allora sembra si chiamasse con greco nome symphonia.
Tubicen veniva detto il suonator della tromba; liticen quello del lituo; cornicen quello del corno, e tympanotriba quello del tamburo.
Detto della formazione della milizia e dei loro capi, tocchiamo brevemente degli stipendj. — Da prima è certo che nessuno stipendio si accordasse ai soldati, come che fosse tenuto obbligo naturale di libero cittadino di portar l’arme a difesa della patria; poi lo si ammise e fu di triplice natura; in denaro, in frumento e in vestiario. In denaro si diedero prima due oboli al giorno; ma Cesare, per tenersi il soldato affezionato, ne duplicò il soldo; altri imperatori, pe’medesimi interessi, l’accrebbero. Ho già detto come poi al frumento si sostituisse il biscotto.
Dopo ciò seguiamo la milizia all’azione.
Siccome tanto in Grecia che in Roma non vi aveva per avventura atto della vita pubblica nel quale non si invocasse auspice la divinità, tanto che in Roma non seguisse adunanza pubblica se prima gli auguri non avessero assicurato propizii i numi, e l’assemblea non avesse ripetuta la preghiera pronunziata dall’augure, ed anzi il luogo di riunione pel Senato fosse un tempio e fossero multate di nullità le decisioni deliberate in luogo non sacro. Così non sarebbesi potuto muovere la milizia alla guerra senza l’intervento della religione.
A tale effetto trovasi ricordato in Dionigi d’Alicarnasso[30] e nello Scoliaste di Virgilio[31] come nelle città italiche fossero istituiti collegi di Feciali, i quali presiedevano a tutte le cerimonie sacre cui davano luogo le relazioni internazionali. Gli speciali uffici di questi sacerdoti ho già raccontato ne’ capitoli della storia[32] e detto come ad essi incombesse pronunciar la formula sacramentale della guerra. Un tal rito egli compiva colla testa velata, e una corona sulla testa. Quindi il Console in abito sacerdotale apriva solennemente il tempio di Giano e faceva il sacrificio a propiziare il Dio. Le viscere della vittima immolata venivano dall’aruspice esaminate, e se favorevoli riuscivano i segni, il console riconoscendo che gli Dei permettevan la pugna, dava gli ordini della stessa.
E ciò che il Console faceva allo intimarsi della guerra, ripeteva il sommo duce, sagrificando cioè e pronunciando solenni preghiere, e così ad ogni campale battaglia facevasi precedere la consultazione delle viscere degli animali sagrificati.
Era insomma nè più nè meno di quello che si faceva nella più remota antichità anche in Grecia, ciò che prova la comune origine delle due nazioni. Restò famoso quanto intervenne alla battaglia di Platea. Gli Spartani erano già ordinati in battaglia; ognuno trovavasi al suo posto e la corona in testa udivano i suoni dei tibicini che accompagnavano gli inni religiosi. Dietro le file il re attendeva al sacrificio, ma le viscere delle vittime non presentavano i favorevoli auspici; epperò rinnovavasi il sacrificio. Più vittime vennero immolate; ma intanto la cavalleria persiana avanza, scaglia i suoi dardi e fa cadere gran numero di Lacedemoni. Ma questi rimangono immobili, lo scudo al piede, sotto la grandine nemica in aspettazione del segnale degli Dei. Questo finalmente è manifestato e allora i militi spartani imbracciano gli scudi, danno mano alla spada, gittansi animosi sull’inimico, lo combattono fieramente, lo sbaragliano e riportano la più gloriosa vittoria.
Eschilo, nei Sette a Tebe, così fa pregare, prima della battaglia gli Dei:
O voi possenti, o prodi