Nella camera mortuaria del monumento si raccolsero due balsamari di terra cotta e un’urna bellissima di vetro con ossa.

Il Bonucci afferma che qui presso, a piccola distanza l’uno dall’altro, si rinvenissero cinque scheletri, tra’ quali quello d’una donna di ricchissima taglia. Recavano sopra di sè monete di argento e di bronzo e un materozzolo di chiavi con de’ grimaldelli; lo che lascia supporre che fra di essi vi fosse qualche ladro rimasto nella città per esercitare il suo infame mestiere e che il Vesuvio lo abbia giustamente sorpreso e punito[310].

Dietro di tal monumento scopronsi le rovine di due grandi sepolcreti, ed evvi un recinto sepolcrale, ove erano diversi cippi che dicevansi columellæ, perchè appunto erano colonnette, columella essendo diminutivo di columna. Su d’una di essa era scritto:

ICEIVS COM
MVNIS

Una columella che sta avanti una nicchia con un frontispizio segna il sepolcro di Salvio, fanciullo di anni 6, come lo fa sapere l’iscrizione:

SALVIVS PVER
VIX. ANNIS VI.

Presso è altra nicchia in fondo della quale era dipinto un giovane, su cui pendevano ghirlande di fiori: era il sepolcro del fanciullo dodicenne, Numerio Velasio Grato, giusta l’epigrafe:

N. VELASIO GRATO
VIX. ANN. XII.

Poichè sono a dire delle columelle, ne trovo ricordata una nel Viaggio a Pompei dell’Abate Domenico Romanelli, la quale terminava in un busto marmoreo con testa di bronzo e della quale parlarono gli Accademici Ercolanensi nella Dissertazione Isagogica. Si esprimeva nell’epigrafe essere il simulacro di Cajo Norbano Sorice attore delle seconde parti nelle tragedie, maestro del pago suburbano Augusto Felice, cui fu assegnato il luogo per decreto de’ decurioni.

Così almeno traduce il Romanelli il seguente testo dell’epigrafe