La tunica era per le donne il primo e più indispensabile de’ vestimenti di sotto, e la portavano sempre ed anche in casa. Fu dapprima di lana, ma dopo le frequenti relazioni coll’Egitto, si mutò in lino. Gli abiti di seta e i fini e trasparenti tessuti di Cos, che Petronio chiamò nel suo Satyricon vento tessile, divennero un oggetto di lusso e di civetteria. Tunica interior, chiamata eziandio intima, era quella che vestivasi sotto un’altra tunica, portandosene fin quattro dalle persone dilicate. Dicevasi anche intusiasta una specie di camicia o veste che portavano in casa.
La stola, ho detto altrove come fosse una lunga veste bianca, che si portava sopra la tunica, e si attaccava sulla spalla a mezzo di un fermaglio: discendeva fino a terra coprendo ben anche i piedi, ed aveva fimbrie d’oro e di porpora. Ho già riferito i versi di Ovidio, che così la ricordano:
Scripsimus hæc istis, quarum nec vitta pudicos
Contingit crines, nec stola longa pedes[133].
Nell’altro poema De Arte amandi, vi accenna in questo distico del pari:
Este procul villa tenues, insigne pudoris;
Quæque tegit medios, instita longa pedes[134].
La calthula era un piccolo mantello d’una stofa color della caltha, la calendula officinalis di Linneo, fiore di color giallo.
Il cerinum era un abito di stofa pur gialla.
La crocota era la veste di gala del colore del zafferano, imitata dalle greche, che la portavano alle feste Dionisiache. Dicevasi anche in diminutivo crocotula.