Femina canitiem Germanis inficit herbis;
Et melior vero queritur arte color.
Femina proceda densissima crinibus emptis;
Proque suis alios efficit ære suos[131].
Talvolta disponevano i capelli a ricevere la tintura, lavandoli con acqua di calce, estirpando prima i canuti colla volsella, che noi diremmo pinzetta. Pettinati, poscia calamistrati, unti e profumati, il pettine o quello più precisamente detto il discerniculum[132] e la mano industre acconciano in mille fantasie le chiome ed i ricci, spesso raccolti in reticelle o nastri di seta o di porpora. Vi raffigurano elmi, galeri, grappoli od eriche, corymbia, mitre orientali; vi infiggono spilloni aurei ed effigiati, acus domatorio, e topazj e rubini e ametiste e perle e, dopo tutto, la dama si specchia nel lucidissimo disco d’argento. Pompei offrì esempi di siffatti specchi d’argento; uno si rinvenne di forma circolare il più usuale, con un manico per reggerlo quando si adoperava; altro di forma oblunga rettangolare, che doveva esser tenuto davanti alla padrona da uno schiavo, mentre altri aggiustavano la toaletta. Mantenevasi lucente la superficie dello specchio con una spugna, per consueto attaccata al telajo dello specchio stesso con una corta cordicella e con polvere di pomice. Guai alla schiava se le treccie non saranno state ben rannodate! guai se non ben foggiato il galerus, se alcun capello sfuggirà indisciplinato, se verrà usata lentezza! perocchè la crudele elegante le punzecchierebbe il seno o le braccia a colpi di spillone, o la schiaffeggerebbe, quando pure non la rimetterebbe al lorario, che sospesa la sventurata penzolone pe’ capelli, la flagellerebbe finchè non piacesse alla padrona di cessare.
Quindi è alle ugne che dona le sue cure e insomma ogni istrumento è adoprato a diversi altri ufficj, non escluse le essenze, gli olj, i diapasmi o polveri fine di fiori odorosissimi istropicciati sul corpo, respingendo l’epilimna, perchè unguento della qualità più comune.
Visitando la casa delle Vestali in Pompei, in una camera della terza corte, si trovò una quantità di questi oggetti di toaletta femminile, che i Romani compendiavano col nome di mundus muliebris: uno dei suddetti specchi di metallo, decorato nel rovescio d’arabeschi, dei fermagli d’oro di forma rotonda, degli spilloni d’avorio per i capelli, un pettine, una cassettina di manteche, vasetti di vetro che contenevan belletto, boccette d’acqua d’odore, braccialetti d’avorio, orecchini, dentiscalpia o stuzzicadenti, monili, forbici, ecc., ecc.
Da ultimo entrano i paggi numidi che recano l’uno un vassoio d’argento con latte per lavarsi le dita che la dama asciuga ne’ capelli ricciuti di lui, gli altri i cibi dello jentaculum, o colazione, e il vin di Cipro, o retico; e, mentre ella asciolve, si intrattiene o col filosofo di casa, o col mercante, o coll’unguentario che ha trovato nuove pomate, o colla sua segreta veneria, la schiava che presiede ai piaceri de’ suoi amori, ed alla quale dischiude le confidenze de’ suoi adoratori, chiedendo se costoro abbian mandato nella mattina i salutigeruli, o tal altro messaggio per lei.
Una breve parola adesso di queste veneriæ, perocchè in Pompei più d’una iscrizione vi faccia cenno. E basti per tutte citare quella di una Tiche, che fu venerea di Giulia, figlia di Augusto, e allora nel vederne consacrata la memoria fra tombe cospicue, si è indotti a conchiudere che la qualità di tali femmine o schiave non dovesse essere ignobile e turpe, come dovrebbe parere a prima giunta. I costumi del tempo portavano che le schiave favorite, o liberte, fossero destinate a tale officio di osceno lenocinio. I lessici non recano, e neppur quello del Forcellini, spiegazione di sorta di tal nome applicato a schiava avente incarichi quali ho mentovati; ma, come dissi, ciò avrebbero rivelato gli scavi pompejani. Notarono per altro i lessici il venereum come luogo addetto a’ bagni e destinato per avventura alle amorose voluttà, e si riferirono all’iscrizione da me riportata nel dire dell’annunzio d’appigionarsi nei predii di Giulia Felice, dove, fra gli altri molti locali, presso al balneum, si ricorda il venereum. E le venereæ erano esse particolarmente addette al servizio di codesti venerei? Nulla di più probabile. Veggasi più avanti il Capitolo delle Tombe, dove è ricordata quella di Tiche venerea di Giulia, la figlia di Augusto.
La volta è venuta delle sandaligerulæ, delle vestisplicæ, e delle ornatrices, le funzioni delle quali ho già al lettore spiegato. Vediamo adesso i diversi abiti ed abbigliamenti ond’erano chiamate a vestire ed adornare la loro padrona.