Pyxidas: ars faciem dissimulata juvet.

Quem non offendat toto fex illita vultu

Cum fluit in tepidos pondere lapsa sinus?[127]

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Multa viros nescire decet; pars maxima rerum

Offendat, si non interiora tegas[128].

Anzi, aggiunge il Poeta:

Tu quoque dum coleris, nos te dormire putemus[129].

E le cosmete si pongono all’opera. Con tepido latte di giumenta appena emunto l’una rammollisce le arse molliche della faccia e la lava; l’altra mastica le pastiglie greche che debbonsi applicare, dopo avere sullo specchio di metallo fiatato e provato aver ella sano e profumato l’alito; una terza l’imbelletta col rossetto, fucus; una quarta, sciolto in una conchiglia il nero, le tinge le sopracciglia; poi v’ha chi pulisce col dentifricium i denti e colloca i posticci nelle gengive, assicurandoli con un filo d’oro. Il medesimo Ovidio dell’artificio del liscio ne dettò un poema: De Medicamine faciei, che non ci giunse per altro completo.

Succedono alle cosmete le parrucchiere, Calamistræ, ajutate dai ciniflones, dai cinerarii e dalle psecas[130]. L’opera loro è tutto un faticoso lavorio. Scelgono esse il colore ai capelli che richiede la moda, e però usavan del sapo, pallottole di sego e semi di faggio, per colorirli di un color bruno chiaro; o si facevano giungere capellature sicambre, quando il color favorito era il rosso e vi spendevano di grosse somme; oppur si tingevano a celare la canizie. È sempre lo stesso Ovidio che di tutto ciò ne ammonisce: