V’erano poi di quelli che non avevan portato seco il tovagliolo alla cena, e che poi si intascavano quello che aveva loro fornito il padrone di casa: e il medesimo Marziale li ha personificati in Ermogene, quello stesso che già ricordai, il quale non avendo potuto involare i tovaglioli, perchè nel timore di vederseli rubati, nessuno gli aveva portati, pur d’esercitare l’industria sua, aveva pensato di rubar la tovaglia:
Ad cœnam Hermogenes mappam non attulit umquam
A cœna semper retulit Hermogenes[126].
Ciò fatto, si recavano dagli schiavi i calzari, si accendevano le torcie per rischiarare i convitati che toglievan congedo dall’anfitrione e, quand’erano in senno, salutavansi fra loro augurandosi la salute del corpo e dello spirito.
Sovente erano alla porta attesi da’ loro schiavi con le lanterne di Cartagine, non tanto per illuminare le tenebre, giacchè allora per le vie non fosse illuminazione, o per proteggerli dai ladri, quanto per respingere gli attacchi de’ giovinastri, perocchè a que’ tempi anche figli di buone famiglie si recassero a piacere di assalire i viandanti in ritardo, di applicar loro una buona bastonatura, o far loro qualche cattivo scherzo, come nel primo quarto del nostro secolo vedemmo praticarsi egualmente in Milano dalla Compagnia della Teppa. Si sa che Nerone imperatore aveva pure di simili gusti, e si camuffava perfin da schiavo, affine d’abbandonarvisi le notti, e di brutti pericoli egli corse per ciò, e la sua vita stessa fu posta a repentaglio più d’una volta.
Rivelati i misteri della mensa antica, cerchiamo adesso di indagare quelli della toaletta, nè forse riusciranno meno interessanti. Dovendo ricordare anche le vesti femminili, farò pur un cenno di poi delle maschili e di quelle particolari agli schiavi e così imporrò fine a questo capitolo, nel quale la sovrabbondante materia mi affaticò a contenermi nei limiti proporzionati dell’opera.
Ho già superiormente accennate le diverse schiave od ancelle addette al servizio delle matrone: ora veggiamole in movimento intorno a queste. — Sono tutte silenziose e nude fino alla cintura ad attendere il cenno della padrona che si risvegli sul suo letto d’avorio incrostato d’oro e di gemme nel cubiculo vicino. Si risveglia finalmente, e, vinta l’inerzia lasciatale dal sonno, facendo crepitare le dita, le chiama, e senza far rumore entrano le più favorite cubiculari e l’aiutano a scendere dalle sofici piume. La sua faccia è ancora tutta impiastricciata della mollica di pane inzuppata nel latte di giumenta, che nel coricarsi si è applicata onde serbar morbida e liscia la pelle, suppergiù come le moderne signore, pel medesimo scopo, si ungono della inglese pomata, il cold cream. Gli adoratori del giorno non la ravviserebbero in quel punto. Oltre quella maschera screpolata di disseccata mollica, invano le cerchereste il volume di sua superba capellatura, nè le ben arcuate sopracciglia, nè le perle della bocca. A ricostruire la sua bellezza, ella entra nel gabinetto attiguo. Una schiava ne custodisce l’ingresso, perocchè occhio profano non debba sorprendere i misteri della sua artifiziata toaletta, giusta il precetto d’Ovidio, erudito maestro nell’arte d’amare:
Hinc quoque præsidium læsæ petitote figuræ:
Non est pro vestris ars mea rebus iners.
Non tamen expositas mensa deprendat amator