Egualmente dovrei dire de’ vini; ma già il lettore non ha dimenticato che ne’ capitoli della Storia io l’avessi ad erudire dei tanti e celebrati vini che produceva la Magna Grecia, del Falerno, del Sorrentino, del Massico, del Celene, del Cecubo, del Pompejano, che bevean in coppe coronate di fiori, sicchè allora aveva ragione di chiamarsi questa nostra Italia Ænotria, quasi regione dei vini; ma non pareva bastassero alla gola di que’ ghiottoni che furono i Romani, se ne tirassero da Grecia, se dalla Rezia che comprendeva i vini del Benaco e bresciani, i quali oggidì, se meglio conosciuti, rivaleggerebbero co’ meglio rinomati di Germania e di Francia, dalla Spagna, dalle Baleari, dalla Linguadoca e dalle Gallie, e tutti ambissero di vecchia data, sì che si contassero per consolati e ne tracannassero all’ubbriachezza uomini e donne, come lasciò Seneca scritto: Non minus potant et oleo et mero vires provocant, atque invitis ingesta visceribus per os reddunt et vinum omne vomita remediuntur[123]. Nè priverò di commemorazione a questo punto quel mio concittadino Novellio Torquato milanese[124], ricordato da Plinio, ammesso a que’ tempi in Roma a’ primi onori della città, il quale fu cognominato Tricongio[125], dal bere che faceva tre cogni di vino tutto d’un fiato, senza nè riposarsi, nè respirare, nè lasciarne pur una gocciola nel boccale da gittare in terra per far quel rumore che addimandavano cottabo.

E a tutte queste sontuose mense private servivano molti schiavi, al cenno del tricliniarca.

Prima era il coquus, che nella cucina confezionava le vivande e il cui valore, al dir di Plinio, fu tempo che s’agguagliò alla spesa d’un trionfo; poi il lectisterniator, che sprimacciava i letti su cui giacevano i commensali; il nomenclator che annunziava le vivande e i loro pregi, il prægustator, cui era commesso di gustare i piatti a tavola, onde conoscere se fatti a dovere ed a tutela che non ascondessero veleno, lo structor che disponeva le vivande su’ vassoi nei diversi serviti e collocavali sul portavivande, che Petronio chiama repositorium, e fungeva altresì da scalco, lo scissor che trinciava le vivande, il carptor che le tagliava in parti; il pincerna o coppiere che mesceva a’ convitati il vino ed erano per lo più eletti a tale ufficio i meglio avvenenti e lindi giovinetti schiavi, e il vocillator che compiva suppergiù la stessa cosa.

I banchetti poi rallegravansi con musicali istrumenti, come alla cena, già ricordata, di Trimalcione descritta nel Satyricon; con danze di leggiadre e lascive fanciulle, saltatrices, celebri in questo le ballerine gaditane, ossia venute da Cadice, come le più avvenenti e procaci. Donne simili veggonsi rappresentate nelle pitture pompejane, e per lo più apparivano vestite d’un ampio e trasparente pezzo di drappo, che sapevano avvolgere talora attorno alla persona in pieghe graziose, talora lasciavano spandersi a modo d’un velo su parte del corpo, e tal altra affatto rimovendo dalle membra e facendo svolazzare per aria così da mostrarle tutte all’occhio degli spettatori. Costume codesto pur in Grecia vigente allora ed esercitato dalle auletridi, o suonatrici di flauto, che pria durante il banchetto facevano intendere i suoni delle loro tibie e quindi, allorchè le vivande e i vini avevano mandati i fumi alla testa e convertito in orgia il banchetto, si mescolavano a’ lubrici conviva.

Quando poi, per dirla col Parini,

Vigor dalla libidine

La crudeltà raccolse,

si spinse il pervertimento fino a darsi a mensa spettacolo di lotte gladiatorie, non ischifando avanti il pericolo che il sangue avesse zampillato fin sulla sintesi e sul mantile o sovra il piatto medesimo.

A tutte queste distrazioni che allietavano le mense, Plinio il Vecchio, secondo ne scrisse il nipote nelle sue Epistole, sappiamo com’egli preferisse udir buone letture d’alcun autore greco o latino. Ma pochi erano allora del gusto e dell’onestà dell’insubre magistrato e letterato.

Finita la cena, se ne dividevano gli avanzi dell’ultimo servito fra i convitati; ciascuno era libero d’inviar quanto gli fosse piaciuto a’ parenti od agli amici. Qualche parasita, che fornì materia alle arguzie di Marziale, li serbava per goderseli l’indomani.