Acria circum
Rapula, lactucæ, radices, qualia lassum
Pervellunt stomachum, siser, alec, fæcula coa[117].
Cicerone conta in questo primo servito, ch’ei chiama promulsidem, dal vin melato, mulsum, che si beveva, Petronio gustationem, Apuleio antecœnia, Varrone principia convivii e Marziale gustum, come noi appelleremmo antipasto e i francesi hors-d’œuvre; conta, dicevo, anche la salsiccia, nell’epistola 16 del libro IX: I[118].
Il secondo servito, o anche secunda mensa, costituiva il pasto sodo, e componevasi d’arrosti di vitella, di lepre, di oche, tordi, pesci, gigotti e cosiffatte leccornie, delle quali parla distesamente Ateneo nel libro XIV delle Cene dei Savi. E contavansi in esse le pasticcerie, i latticinj, e mille cose dolci, che comprendevano sotto il nome di bellaria. Non essendo ancor conosciuta la manipolazione dello zuccaro, sebbene se ne avesse notizia come esistente presso gli Indiani, servivansi in quella vece del miele, che sapevano impiegare maravigliosamente[119]. — Noto qui che se aveansi coltelli e cucchiai, non consta che conoscessero la forchetta; onde avendo a prender tutto colle mani, Ovidio raccomanda agli amanti, che il faccian con grazia affine di non lordarsi il viso.
Qui potrebbesi tutto distendere un trattato di gastronomia romana e pompejana, ricordando i piatti più succulenti e peregrini di carni, di selvaggina e di pesci, rammentando gli eroi della cucina, gli Apicii[120], (i Carême e i Vatel di allora), onde anzi fu detta l’arte culinaria arte d’Apicio, da quello principalmente vissuto sotto Augusto e Tiberio, che consumò per la gola un ingente patrimonio, e giunto alle ultime duecentocinquantamila lire, preferì uccidersi di veleno, anzi che non potervi più soddisfare e lasciando dietro di sè un partito fra i cuochi; ma cadrei troppo in lunghezze. Oltre di che già sa il lettore dei cinghiali che Antonio faceva ad ogni ora cucinare per averne uno pronto ad ogni istante; sa del garo pompejano, di cui già gli tenni parola; delle murene che si ingrassavano ne’ vivai ed alle quali Pollione gittò uno schiavo; e persino della grossa perla che il figliuol del comico Esopo, strappata dall’orecchio della sua amica Metella e stemprata nell’aceto, e che Orazio tramandò ricordata a’ posteri ne’ versi che piacemi rammentare:
Filius Æsopi detractam ex aure Metelli
(Scilicet ut decies solidum exsorberet), aceto
Diluit insignem baccam[121].
Gusto del resto pur diviso da Cleopatra e da Caligola, di cui narra Svetonio: Pretiosissimas margaritas aceto liquefactas serbabat[122].