Per mettersi a tavola non si tenevano tampoco gli abiti ordinarj: ognuno vestiva una toga leggiera, detta synthesis, o cœnatoria, che veniva fornita o dal padrone di casa, o che il convitato si faceva recare dal proprio schiavo. I bassorilievi e i dipinti di banchetti, che si trovarono o giunsero sino a noi, spiegano com’essa lasciasse o la parte superiore del corpo nuda, o più abitualmente non avesse cintura, talvolta avesse e talvolta non avesse maniche. Ne’ pasti dimettevansi persino gli abiti di lutto, acciò la mestizia non producesse indigestione. Si levavano i calzari, calcei, per mettere dei sandali, soleæ, che poi si abbandonavano, a miglior pulitezza de’ preziosi tappeti, atteso che nel cavare i calzari, che Petronio dice alessandrini, giovani schiavi versassero sì alle mani che ai piedi acqua fresca ed anche gelata, sovente profumata. E profumi, come essenze di nardo e di croco, spargevansi su’ capegli, che poi incoronavan di rose, fiori ed erbe odorose che serbavano durante tutta la cena. Anche il pavimento era tutto sparso di fiori e credevasi che questi fossero altrettanti preservativi contro l’ebrietà. Dopo spiegavansi le tovaglie, mantilia, portavasi i tovagliolini, mappæ, che troviam ricordati da Marziale nel seguente epigramma:
Attulerat mappam nemo, dum furta timentur:
Mantile e mensa surripit Hermogenes[115].
Le tovaglie erano talvolta bianche come le nostre, molti nondimeno le avevano di porpora o di broccato d’oro.
Fatti questi preparativi, ne’ banchetti più solenni, costumavasi eleggere il re del festino: si portavano i dadi od astragali, tali, e si gettavano le sorti per la scelta. Non avevano i dadi che quattro faccie piane; 1 e 6 su due faccie opposte; 3 e 4 sulle due altre; 2 e 3 non erano segnati; ma quattro tali si gettavano insieme. Il miglior tiro, chiamato venus, avveniva quando ciascuna faccia presentava un numero differente, come, 1, 3, 4, 6 e chi l’otteneva veniva dichiarato re. Era il tiro peggiore detto canis, quando tutti e quattro i numeri riuscivano gli stessi. Fritillus dicevasi il bossolo, entro cui agitavansi gli astragali e da cui si gittavano sulla tavola.
Eletto il re, tutti gli altri convitati dovevano, sotto pena d’ammenda, eseguire gli ordini suoi. Egli fisserà il numero delle coppe che si dovranno bevere, comanderà ad uno di cantare, all’altro, se poeta, di improvvisar versi, designerà la persona, in onor della quale si dovrà brindare. Se taluno infrangeva gli ordini, veniva dal re multato nel bere un nappo di più e dicevasi cuppa potare magistra. Non si confonda il re del convito col Tricliniarcha, che era quegli che aveva su tutti gli altri servi addetti al banchetto la maggioranza e l’amministrazione della mensa.
La cena regolare, cœna recta, componevasi, oltre del pane che portavansi ne’ canestri, come c’insegna Virgilio
. . . . Cereremque, canistris
Expediunt, tonsisque ferunt mantilia villis[116],
il più spesso di tre serviti, talvolta fin di sei. Valeva il primo a solleticar l’appetito e cominciavasi per consueto colle ova, onde venne l’espressione d’Orazio cantare ab ovo usque ad mala, cantar dalle ova alle frutta, e la attuale nostra cominciare ab ovo, per significare che si pigliavan le mosse del dire dal principio più lontano; ma poi si capovolse e le ova si recarono in fine. Poi seguivan lattuche, fichi, olive, radici, ortaggi e salse acri e stimolanti la fame, secondo avverte Orazio: