Sustentatque tuas aurea mensa dapes[111].
Eguale era la ricchezza nelle altre suppellettili e nei vasi: usavano bicchieri e coppe di cristallo egizii e di murra, — che molti dotti e gravi scrittori reputano possa essere stata la porcellana, ciò potendosi confermare coi versi di Properzio:
Seu quæ palmiferæ mittunt venalia Thebæ
Murrheaque in Parthis pocula cocta focis[112], —
tazze d’argento e d’oro, cesellate o sculte mirabilmente e tempestate di gioje e il vasellame tutto di non dissimil lavoro.
Nè bastavano queste preziosità, perocchè si giungesse anche a disporre le soffitte de’ triclini in modo che si rivolgessero e rinnovassero, come si adoprerebbe da noi degli scenari in teatro, e l’una appresso all’altra si succedesse ad ogni mutar di vivanda. Ce lo dice Seneca: Versatilia cœnationum laquearia ita coagmentat, ut subinde alia facies, atque alia succedat et toties tecta quoties fercula mutentur[113]. Come reggessero a tutte queste infinite portate, ciascuna ricca di molte vivande, lo spiega l’invereconda costumanza, pur menzionata da Cicerone ad Attico, di provocarsi con una piuma il vomito.
Poichè sono a dire de’ Fercula, o portate, uopo è sapere fossero essi come barelle piene di piatti di diverse vivande. Petronio, nel Satyricon, alla cena di Trimalcione, ne descrive una che conteneva dodici statue, da’ nostri scalchi addimandate trionfi, ciascuna delle quali portava varii piatti. Ma Eliogabalo, scrive Averani, siccome uomo per golosità e prodigalità sovr’ogn’altro mostruoso, in un convito mutò ventidue volte la mensa di vivande: e vuolsi osservare che ciascheduna muta di vivande era per poco una splendida cena; e però ogni volta si lavavano, come se fosse terminata la cena. Questi ventidue serviti rispondevano alle lettere dell’alfabeto, venendo in tavola prima tutte le vivande, delle quali i nomi cominciano per A, e poscia quelle i cui nomi principiano per B e simigliantemente le susseguenti fino a ventidue. Si legge una simile bizzarria nelle cene di Geta; e pare che Giovenale per avventura accennasse che l’usassero i golosi del suo tempo, scrivendo nella satira undecima:
Interea gustus elementa per omnia quærunt
Numquam Animo pretiis obstantibus[114].
Tornando alle soffitte, Nerone immaginò di far iscendere dalle medesime una pioggia d’unguento e di fiori, per diletto de’ convitati. Svetonio lo ricorda nella vita di questo Cesare, e il costume fu adottato, e come nei teatri, pioggia di croco e d’altre profumate essenze tolsero alle nari de’ voluttuosi conviva i graveolenti odori dei diversi cibi.