Agmina mille simul jussit discumbere mensis[110].

V’erano anche, oltre i surriferiti, de’ banchetti di cerimonia, detti epulæ, ma erano, a vero dire, banchetti sacri, dati in onore di numi in certe feste religiose. Dicevansi triumviri æpulones i sacerdoti incaricati di tali banchetti. Silla e Cesare istituirono poi, il primo de’ settemviri, il secondo dei decemviri, onde ammanire siffatti banchetti sul Campidoglio in onore di Giove. Dapes appellavansi più propriamente gli alimenti che durante la festa s’offrivano agli dei.

Veniamo ora alle cene private.

Triclinium chiamavasi, come già sa il lettore, la sala da pranzo, e le mense costituivansi di tre letti, lecti tricliniares, riuniti insieme in guisa da formare tre lati di un quadrato, lasciando uno spazio vuoto nel mezzo per la tavola e il quarto lato aperto, perchè potessero passare i servi a porre su quella i vassoi. V’erano anche i biclinii o lettucci da adagiarvisi due persone a’ lor desinari, e Plauto menziona il biclinium nella commedia Bacchides, atto IV, sc. 3, vv. 84-117.

Diverse stanze tricliniari si scoprirono, come vedemmo, in Pompei, quasi tutte piccole ed offriron la particolarità che, invece di letti mobili, avessero stabili basamenti per adagiarvisi i convitati.

Questi triclinii ammettevano raramente molte persone: sette il più spesso, nove talvolta; onde il vecchio proverbio Septem convivæ, convivium; novem, convicium; ossia: sette, banchetto; nove, baccano.

Ecco, ad esempio, la forma del triclinium, o tavola, e la distribuzione del banchetto di Nasidieno, secondo la descrizione che ne è fatta nella satira VIII del libro II d’Orazio:

2 3
V. Turinio Porcio
1 2
Fundanio Nasidieno
3 1
Vario Nomentano
Lec. summus 3 1 2 Lectus imus
S. Batatrone Mecenate Vibidio
Medius Lectus.

Da ciò si vede, come non sedessero, ma giacessero a tavola, e per istare alquanto sollevati si appoggiavano col gomito sinistro al guanciale. Solo le donne stavano prima assise, ma poi imitarono presto gli uomini: i figli e le figlie pigliavano posto a piè del letto; ma sino all’epoca in cui ricevevano la toga virile restavano assisi.

Queste mense erano spesso di preziosa materia e di ingente lavoro. Così le descrive Filone nel Trattato della vita contemplativa, citato dall’Averani: «Hanno i letti di tartaruga o di avorio, o d’altra più preziosa materia, ingemmati per lo più, coperti con ricchi cuscini broccati d’oro e mescolati di porpora o tramezzati con altri vaghi e diversi colori per allettamento dell’occhio.» — Che ve ne fossero anche d’oro lo attesta Marziale nel libro III de’ suoi Epigrammi, epigr. 31: