Pontificum potiore cœnis[106].

Nè minori eran quelle de’ Salii, testimonio lo stesso Orazio:

. . . nunc Saliaribus

Ornare pulvinar Deorum

Tempus erat dapibus, sodales[107].

Imbandivano le cene i magistrati al popolo quando conseguivan la carica, come ho già fatto conoscere ne’ capitoli del teatro, e come nota Cicerone nella quarta Tusculana in quelle parole: Deorum pulvinaribus, et epulis magistratuum fides præcinunt[108]. Averani ricorda che Marco Crasso sublimato al consolato, sacrificando ad Ercole, apparecchiasse diecimila tavole, onde i convitati non dovessero essere meno di cencinquantamila.

Più superbi e costosi erano i banchetti offerti al popolo da’ trionfanti. Prima però si convitavano i soli amici, come nel libro Delle Guerre Cartaginesi scrisse Appiano, parlando di Scipione, che arrivato in Campidoglio, terminò la pompa del trionfo, ed egli, secondo il costume, banchettò quivi gli amici nel tempio. Lucio Lucullo distribuì al popolo oltre a diecimila barili di vino greco, allora in gran pregio, che si beveva parcamente, e ne’ più lauti conviti una volta sola. Giulio Cesare, che menò cinque magnificentissimi trionfi, banchettò sempre il popolo, e in quelli che furono dopo il ritorno d’Oriente e di Spagna imbandì ventidue mila tavole o triclini, come riferisce Plutarco, con isquisite vivande e preziosi vini, sedendovi, cioè, non meno di trecentotrentamila persone. Plinio, in aggiunta di questo trionfo e di quello di Spagna e nel terzo consolato afferma che Cæsar dictator triumphi sui cœna, vini Falerni amphoras, Chii cados in convivia distribuit. Idem Hispaniensi triumpho Chium, et Falernum dedit. Epulo vero in tertio consulatu suo Falernum, Chium, Lesbium, Mamertinum[109].

Svetonio poi ricorda di lui che banchettasse il popolo anche in onoranza della morte della propria figliuola.

In quanto agli imperatori, si sa di Tiberio che mandando a Roma gli ornamenti trionfali, banchettò il popolo, e Livia e Giulia banchettarono le donne: si sa degli altri che convitavano i senatori, cavalieri e magistrati nella loro esaltazione, come Caligola e Domiziano, secondo cantò Stazio:

Hic cum Romuleos proceres, trabeataque Cæsar