Donandi parca juventus

Nec tantum Veneris, quantum studiosa culinæ[105].

Tanto, in una parola, si trasmodò, che si dovette dal governo imporre de’ freni alla gola. Già ho detto più sopra che fosse obbligatorio il cenare a porte aperte sotto gli occhi di tutti; poi le leggi Orchia, Fannia e Didia e Licinia, Anzia e Giulia prescrissero il numero di convitati e la spesa dei banchetti privati, e il genere delle vivande, esclusa l’uccellagione. Tiberio allargò meglio la mano e lasciò che le spese fossero alquanto maggiori; ma con tutti questi freni, ognun sa quanto lusso e quanta spesa si facesse da’ facoltosi romani. Basti per tutti rammentare L. Lucullo. Egli aveva diversi cenacoli, e ognuno di essi importava una determinata spesa quando vi si doveva cenare. Quando ciò seguiva e. g. nella sala d’Apollo, era prefisso che la cena costar dovesse trentaduemila lire della moneta di oggi. Che si dirà poi de’ pazzi imperatori che, morta la republica, ressero le sorti romane? Caligola in una cena gittò un milione e cinquecentosessantaduemila lire delle nostre, il tributo cioè di tre provincie; Nerone e Vitellio intimavano cene a’ loro cortigiani che costavano circa settecentomila lire, e quel più pazzo imperatore che fu Eliogabalo non ispendeva meno di lire sedici mila nella cena di ciascun giorno.

L’asciolvere chiamavanlo essi jentaculum e facevanlo al mattino; il pranzo, prandium, che sarebbe piuttosto la nostra seconda colazione, seguiva all’ora sesta del giorno, cioè sul meriggio; per taluni ghiottoni e per gli operai eravi più tardi la merenda, specie di colazione che di poco precedeva la cœna, che era il pasto più abbondante della giornata, il nostro pranzo odierno, verso l’ora nona o la decima, cioè tra le tre e le quattro pomeridiane; ciò che non toglieva che molti vi facessero succedere anche la commissatio, colazione notturna, quella che noi chiamiamo la cena.

Poichè siam sull’argomento del mangiare, credo dir qualcosa dapprima de’ conviti publici de’ Romani, quantunque, a vero dire, non si contenga ciò nell’argomento delle case, di cui principalmente trattiamo.

Si facevano essi da’ sacerdoti, da’ magistrati e poi si fecero talvolta dagli imperatori.

I primi si chiamavano adiciali, perchè s’aggiungevano a’ banchetti consueti molte vivande e avvenivano allora che i sacerdoti imprendevano l’ufficio. Le più sontuose eran quelle de’ Pontefici, come è detto in Orazio:

Absumet heres cœcuba dignior

Servata centum clavibus, et mero

Tinget pavimentum superbo