In quanto alla formula dell’affrancamento per vindicta, consisteva nel condurre il padrone avanti il pretore od altro magistrato competente lo schiavo che voleva affrancare e ponendogli la mano sulla testa che aveva fatto prima radere, o sovr’altra parte del corpo e pronunciare le parole sacramentali: «Io voglio che quest’uomo sia libero e goda dei diritti di cittadinanza romana» e così dicendo lo faceva girar su di sè stesso come per scioglierlo colle sue mani, e il magistrato, o per lui il pretore, lo toccava tre o quattro volte colla bacchetta, vindicta, segno del potere, alla testa e con ciò restava ratificato l’atto del padrone e lo schiavo era libero. Questa che dicevasi manumissio gli conferiva i diritti di cittadino in modo irrevocabile, ma aveva vincoli indistruttibili verso il suo antico padrone. Se questi doveva difenderlo in giustizia e proteggerlo contro ogni abuso del potere; il liberto doveva personalmente a lui deferenza ed assistenza, non intentargli azione diffamatoria; venirgli in ajuto di denaro, e se lo avesse ingiuriato, veniva multato d’esiglio, e di condanna alle miniere, se avesse contro lui commesso atto di violenza, e di ricaduta in ischiavitù, se colpevole di atti più gravi.
Finalmente partecipavano alla famiglia i Clienti. Ho già altrove in quest’opera detto qualcosa di loro istituzione facendola rimontare ai tempi di Romolo: ma forse a chi considera che la clientela sussisteva dapprima in Grecia e nel restante d’Italia, parrà che essa fosse una istituzione ancora più antica. Uopo è peraltro non si confondano i clienti del primo tempo con quelli dell’epoca di Orazio. Quelli erano piuttosto una specie di servi attaccati al padrone e quindi associati alla religione ed al culto della famiglia. Avevano però le stesse cose sacre del patrono, del quale anzi dividevano il nome, quello aggiungendo della famiglia di lui. Nascevano per tal modo cotali relazioni di reciprocanza e doveri, che il patrono non poteva persino testimoniar in giudizio contro il cliente, mentre non lo fosse conteso contro il cognato, perchè costui essendo legato da vincoli solo di donna, non ha parte alla religione della famiglia, giusta il concetto di Platone che la vera parentela consiste nello adorare gli stessi dei domestici. Il patrono aveva pertanto l’obbligo di proteggere in tutti i modi il cliente, colla sua preghiera come sacerdote, colla sua lancia come guerriero, colla sua legge come giudice, e l’antico comandamento diceva: se il patrono ha fatto torto al suo cliente, sacer esto, ch’ei muoja.
I clienti del tempo d’Orazio erano invece gente che si legava alla fortuna del patrono, non propriamente servi, ma persone che speravano protezione da lui, che gli porgevano offerte e sportule e che ne assediavano la casa dai primi albori del giorno e gli facevano codazzo d’onore quando appariva in publico: ma a vero dire, per quel che ne ho detto più sopra, non c’entravano punto colla vera famiglia.
Abbiamo così passato in rassegna gli individui tutti, ed abbiamo menzionate le discipline che regolavano la famiglia; abbiamo sentito un riflesso di quanto era quel calore di vita morale che animava la casa; or vediamone gli usi e le consuetudini della vita materiale.
Già il lettore conosce come si impiegasse la giornata e la sua ripartizione generalmente accettata: conosce come il facoltoso e il patrono avessero i proprj clienti e ricevesseli fin dalle prime ore del mattino, questo comprendendo gli offici antelucani: sa del tempo degli affari, di quello del pranzo, della pratica al foro e alla basilica, del bagno, degli esercizi corporali, della cena e del passeggio, per quanto ne ho già detto in addietro; resta a completarsi il quadro domestico, col far assistere il lettore al triclinio, additandogli, come si costituisse, che cosa vi si mangiasse, cosa il rallegrasse; col dirgli degli abiti degli uomini e poscia co’ sollevare la cortina del gineceo, per farlo spettatore della toletta d’una dama pompejana, e quando dico pompejana, dico anche romana, perocchè si sappia — e l’ho già più volte ripetuto — che uomini e donne delle provincia e delle colonie si fossero perfettamente conformati ai costumi ed abitudini dell’urbe, della città, cioè, per eccellenza, Roma.
Vi sarebbe tutto un trattato a comporre per dire convenientemente dei pasti e banchetti de’ Romani, sì publici che privati, e infatti la nostra letteratura vanta fra i testi di lingua le lezioni di Giuseppe Averani Del vitto e delle cene degli antichi[102], delle quali mi varrò alquanto pur io in queste pagine, e malgrado la molta erudizione di lui e il sapere, non fu tutto da lui scritto nell’argomento. Io vedrò modo di riassumere in breve quello che meglio importi di sapere.
Anzi tutto non posso passarla dallo accennare come il pasto si ritenesse l’atto religioso per eccellenza. Opinione eguale o di poco difforme è quella di parecchi padri della Chiesa Cristiana, che dissero che mangiare è pregare e che pur il soddisfare a queste necessarie pratiche abbiasi a fare alla maggior gloria di Dio. Era inteso che a’ domestici prandj intervenisse sempre il genio tutelare della casa, i lari o penati che si voglian dire. Era il focolare che aveva cotto il pane e preparati gli alimenti; così a lui si doveva una preghiera tanto al principio che alla fine del pasto. Prima di esso si deponevano sull’altare le primizie del cibo, prima di bere si spargeva la libazione del vino. Era la parte dovuta al dio. Erano antichissimi riti: Orazio, Ovidio, Petronio cenavano ancora davanti al loro focolare e facevano la libazione e la preghiera[103].
Come in tutti i popoli primitivi, anche i primi Romani eran sobrii e frugali, paghi della sola polenta, ciò che in seguito si tenne per indizio di barbarie:
Non enim hæc pultiphagus opifex opera fecit barbarus[104]
e dopo, la questione del mangiare venne poco a poco così crescendo, da costituire una preoccupazione continua della loro esistenza, ed anzi da considerare i varii pasti come altrettanti atti di pietà. È inutile osservare come in questo punto di religione fossero esatti e scrupolosi osservatori. Ebbero quindi il pasto del benvenuto pel viaggiatore che arrivava; quello d’addio pel viaggiatore che partiva; banchetto di condoglianza nove giorni dopo i funerali, banchetto dopo i sacrificj, banchetto anniversario della nascita, banchetto d’amici, di famiglia, di cortigiani, insomma banchetti per tutte le occasioni. Persino la gioventù, la procace gioventù romana, tanto dedita alle lascivie, al dir di Orazio, era tuttavia ancor più ghiottona: