Ho detto più sopra che anche speculatori recavano gli schiavi al mercato; ne recherò due esempj di reputati uomini: Catone li comperava gracili ed ignoranti e fatti gagliardi ed abili, li rivendeva; Pomponio Attico, l’amico di Cicerone, faceva altrettanto, per rivenderli letterati.
Nella casa gli schiavi compivano tutti gli uffizii dai più elevati agli umili; sed tamen servi, come diceva ne’ paradossi Cicerone, parlando di quelli che erano applicati a’ più nobili servigi; epperò ve n’erano varie classi. Vernæ chiamavansi gli schiavi nati nella casa del padrone; ascrittitii quelli che per lo spazio di 30 anni stavano in un campo e non potevano vendersi che col fondo; consuales quelli che servivano al Senato; ordinarii quei dell’alta servitù, e avevan sotto di essi altri schiavi; vicarii, mediastini, quelli che esercitavano opere vili nella casa. Ciascun uffizio dava il nome allo schiavo: nomenclator era quello che ricordava ed annunziava i nomi di coloro che giungevano, ed alla cena il nome e i pregi delle vivande; ostiarius e janitor il portinajo, atriensis quello che stava a cura dell’atrio ed aveva la sorveglianza degli altri schiavi; tricliniarchas il servo principale a cui spettava la cura di ordinare le mense e la stanza da pranzo, archimagirus il maestro de’ cuochi o sovrintendente alla cucina, dispensator il credenziere, pronus il cantiniere, viridarius e topiarius lo schiavo il cui officio particolare consisteva nell’occuparsi dell’opus topiarium, che comprendeva la coltura e conservazione delle piante e degli arboscelli, la decorazione dei pergolati e de’ boschetti, anagnostæ erano i lettori, notarii o librarii gli schiavi segretari del padrone, silentiarius quel che manteneva il silenzio e impediva i rumori: per servigio poi delle dame, la jatromæa era la schiava levatrice; le cosmetæ e le psecæ le schiave il cui ufficio era attendere alla toaletta delle signore ed ajutarle a vestirsi ed ornarsi, come sarebbero le nostre cameriere; sandaligerulæ quelle che portavano le pantofole delle loro padrone, seguendole quando uscivan di casa; vestispicæ quelle che curavano e rimendavano gli abiti della padrona; vestisplicæ quelle che le custodivano, o come diremmo noi, guardarobiere; ornatrices le schiave che attendevano all’acconciatura del capo della padrona, focaria la guattera, ecc.
V’erano poi i pædagogiari, giovani schiavi scelti per la bellezza della persona ed allevati nella casa dei grandi signori a’ tempi dell’impero per servir da compagni e pedissequi dei figliuoli de’ loro padroni, come anteriormente v’erano i pædagogi, che vegliavan alla cura ed agli studj de’ medesimi, i flabelliferi, giovinetti d’ambo i sessi, che portavano il ventaglio della padrona, i salutigeruli che recavano i saluti e i complimenti agli amici e famigliari del padrone; i nani e nanæ, pigmei cui si insegnavano musica ed altre arti per diletto de’ padroni; fatui, fatuæ e moriones erano quelli idioti deformi che si tenevano per ispasso, i quali
acuto capite et auribus longis
Quæ sic moventur, ut solent asellorum
come li descrisse Marziale[100]; il coprea, o giullare per movere a riso; perfino gli ermafroditi, che talora erano artificiali.
Nè son qui tutti, perchè il Gori nella sua Descriptio columbarii, il Pignario De Servis e il Popma, De servorum operibus, enunciassero con particolari nomi almeno ventitre specie di ancelle e più di trecento di schiavi.
Quale poi gli schiavi ricevessero trattamento, può essere immaginato, ricordando solo che Antonio e Cleopatra sperimentassero sui loro schiavi i veleni, che Pollione ne facesse gittare uno alle murene per avergli rotto un vaso murrino, e che Augusto, che di ciò lo ebbe a rimproverare, non ristasse tuttavia di farne appiccare uno che gli aveva mangiata una quaglia. Negli ergastuli poi si accatastavan la notte schiavi e schiave a rifascio, i più cattivi destinati alla fatica de’ campi e incatenati, epperò detti compediti; e Seneca rammenta i molti ragazzi schiavi, che dovevano aspettare da’ loro padroni, usciti alterati dalle orgie, infami oltraggi. Vecchi poi, od impotenti, si abbandonavano barbaramente a morire d’inedia.
Ho già detto altrove in questa opera il numero strabocchevole di essi; ma a persuaderci della quantità, giovi il citare quel detto di Seneca che avrebbesi dovuto paventar gran pericolo se gli schiavi avessero preso a contare i liberi: quantum periculi immineret si servi nostri nos numerare cœpissent[101]; ed era per avventura ad ovviare un tale pericolo, che non venne adottato che gli schiavi avessero abito particolare e distinto dai liberi. Infatti sa già il lettore, per quanto n’ebbi già a dire, delle diverse insurrezioni di schiavi e delle guerre servili che diedero grande travaglio ed a moltissimo temere di propria sicurezza e libertà a Roma.
Ma la condizione miserrima di schiavo poteva in più modi cessare. La legge rendeva libero lo schiavo che indicava l’assassino del suo padrone, un rapitore, un monetario falso, od un disertore. Claudio imperatore dichiarò libero lo schiavo che era stato vecchio ed infermo abbandonato dal proprio padrone. Così diveniva libera la donna che il padrone avrebbe voluto prostituire. Anche la prescrizione era un modo di vindicarsi in libertà. Ma il modo più comune era l’affrancamento, ed anche questo operavasi in tre guise: vindicta, censu, testamento. La prima era una rivendicazione simulata dello schiavo che il pretore abbandonava all’assertor in libertatem, rinunziando il padrone a sostenere il suo diritto; le altre due consistevano a dichiarare come affrancato lo schiavo, quando si compiva l’operazion del censimento, od a legargli la libertà per testamento. Quattro anni dopo l’era volgare, la legge Ælia Sentia e quindici anni dopo di questa, la legge Junia Norbana crearono una mezza libertà per gli schiavi fatti liberti senza aver esaurite le pratiche legali.