Ho già detto nel capitolo delle Tabernæ della calzatura delle donne, non che in molte parti dell’opera de’ giojelli e preziosità onde le donne si fregiavano, e tanto poi e in una parola dirò essere stato il lusso e la ricercatezza nel vestiario e nell’abbigliamento muliebre, che non alle sole cortigiane, come fece Plauto nel surriferito brano della commedia l’Epidico, ma a tutte applicar si potesse quel verso, che testè ho riportato, che, cioè, camminassero per le vie adorne di case e di terre.
Più spiccio sarò nel dire del vestiario degli uomini.
La toga era il vestito distintivo del cittadino romano, che sempre si portava da tutti in tempo di pace: coprendo tutto il corpo, nè lasciando libero che un braccio, non potevasi tenerla durante il lavoro, nè in casa. Era di lana e bianca, e per lavarla davasi a’ fulloni, de’ quali gli intrattenni il lettore; onde argomentare è dato quanta fosse la importanza di costoro. Quelli che brigavano una carica publica, presentavansi al popolo colla toga resa d’un candore più brillante, usando di una preparazione cretacea, onde mettersi in rilievo maggiore, e ne venne perciò agli aspiranti il nome di candidati pervenuto infino a noi. Della toga bruna, pulla, usavano solo i poveri, detti perciò anche pullati, come ci avvenne di ricordare nel trattar de’ teatri, o quelli eziandio che si trovavano nel corrotto. Sotto gli imperatori, cresciuto il lusso, si adoperò la seta per la toga.
La toga prætexta, lunga veste bianca e tutta unita, bordeggiata di porpora, d’origine etrusca, portavano i fanciulli ingenui d’ambo i sessi, l’abbigliamento de’ quali compivasi colla bulla o piccolo globo o cuore d’oro pei ricchi, di cuojo pei poveri, sospesa al collo. Fu istituita la bulla da Tarquinio Prisco, che donolla al figliuol suo, il quale, pretestato ancora, ebbe in guerra ad uccidere un nemico: nell’uscir di puerizia, cioè nell’entrare dell’anno decimosettimo, la dimettevano colla pretesta per assumere la toga, offerendola ai Lari, secondo Persio ricorda:
Cum primum pavido custos mihi purpura cessit,
Bullaque succinctis Laribus donata pependit[138].
Indossavano la pretesta anche i principali magistrati, dittatori, consoli, pretori, edili, re, e certi sacerdoti.
Trabea era la toga di porpora vestita dagli imperatori. Vedemmo già, parlando dell’ordinamento guerresco, cosa fosse la toga palmata, detta anche picta, portata dai trionfatori.
Meno lunga che la toga, era la tunica, che pur gli uomini indossavano immediatamente sul corpo. Fu prima senza maniche, poi le ebbe, ma non giunsero fino al gomito: più lunghe, la toga dicevasi manicata, ed era propria de’ disonesti. La mollezza fece adottare più d’una tonaca. Il portarla dimessa fino ai talloni, ciò che dicevasi tunica dimissitia, come il tener rilasciata la toga, era indizio d’animo effeminato e libidinoso. Leggesi infatti in Plauto:
Sane genus hoc muliebrosum est timide dimissitiis.