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Heus tu, tibi dico mulier[139].

La tonaca ordinaria non aveva distintivo; ma i senatori portavano il laticlavium, che era una tonaca bordeggiata dal petto fino al basso d’una larga striscia di porpora. Angusticlavium fu detta la tonaca de’ cavalieri; la striscia di porpora che la frangiava era più stretta.

Penula, era il mantello con cappuccio, che in luogo della toga portavasi in viaggio, o in tempo di pioggia; lacerna era un altro mantello aperto sul davanti come il pallium de’ Greci, ed aveva pure cappuccio: già riportai l’epigramma di Marziale che la lasciò ricordata. La læna era un largo mantello d’inverno e di colore scarlatto, coccinea, pei ricchi e dignitari; purpurea pei sacerdoti. Abolla, un ferrajuolo di panno a due doppi attaccato con fibbia di sotto al collo o in cima alla spalla: era lo stesso che il sagum, tranne che questo era di più ampia dimensione e di stofa più grossolana. Endromis appellavasi un mantello, o piuttosto una coperta di panno lano, in cui s’avviluppava dopo i giuochi ginnastici a prevenire il pericolo d’una infreddatura. Della synthesis, detta anche cœnatoria, ho già detto che fosse l’abito per il pasto: Nerone che si mostrava con essa in pubblico, veniva biasimato come di grave sconvenienza.

De’ calzari de’ Romani ho già informato il lettore nel capitolo delle Tabernæ, nè occorre però aggiungere verbo. In testa nulla portavano d’ordinario, solo coprivanla nelle solennità religiose. Ne’ saturnali portavano il pileus, più berretto che cappello; il petasus, che usavasi in viaggio e che Caligola permise portarsi in teatro per difendersi dal sole, aveva le tese larghe: galerus era una specie di elmo di pelle; apex, fu quello de’ sacerdoti. A difesa della testa solevasi altresì recare un lembo della toga su di essa, ma si toglieva tosto in segno di rispetto, abbordando alcuna persona distinta.

In quanto al vestito degli schiavi, all’infuor della toga, propria dell’uom libero, della stola e della palla delle matrone, era eguale a quello delle donne e degli uomini che ho finito di descrivere: la tonaca avevano peraltro più stretta e bruna, e coprivan la testa col cappuccio della lacerna o della penula. Vuolsi notare tuttavia che gli schiavi degli imperatori, massime nei servizio della tavola, vestivano bianco.

Varrone ricordò tuttavia come i citaredi si servissero della stola: apud Q. Hortensium, cum in agro Laurenti essem, Orphea vocari jussit: qui cum eo venisset cum stola et cithara, et cantare esset jussus, buccinam inflavit, ubi tanta circumfluxit cervorum, aprorum et cæterarum quadrupedum multitudo, ut non minus formosum mihi visum sit spectaculum, quam in circo maximo aedilium, sine africanis bestiis, cum fiunt venationes, etc.[140] Le meretrici poi portavano la toga, interdetta loro la stola.

Detto così del vestire, i lavori femminili, che si compivano nel gynæceum, o appartamento delle matrone, chiuderanno il capitolo.

Abbiam veduto gli uomini nei fori, nella basilica, nella guerra, e gli schiavi nelle tabernæ e nelle industrie: veggiam le donne adesso nell’interno della casa.

Si imbiancava da esse, si nettava, e cardava la lana, che traevan di poi dalla conocchia in filo. Quindi tessevano su proprii telaj e ne facevano stole e vestimenta per sè, e tonache e toghe per gli uomini, e già notai che l’occuparsi in siffatti lavori muliebri, ai primi tempi della republica, e l’incumbere alle cure domestiche, costituisse la miglior lode della donna: domum mansit, lanam fecit. L’imperatore Augusto non volle mai vestirsi d’altro che di quel che lavoravano le donne di sua famiglia. Poi si esercitavano le matrone anche al ricamo, che dicevano acupingere, pitturar coll’ago; e da ultimo, al dir di Tertulliano, nel suo trattato sulla Esortazione alla Castità, si aggiunsero altre occupazioni: l’amministrazione, cioè, della famiglia, la direzione della casa, la custodia delle chiavi, la cura e la distribuzione del lavoro tra gli schiavi, la compera delle provvigioni; cure tutte che le sterminate ricchezze e la effeminatezza del popolo fecero poscia consegnare agli schiavi. Laonde la matrona non pensò più quind’innanzi che alla toletta e agli adulteri amori e, scassinata così la famiglia da’ suoi cardini, si preparò la corruzione sociale, la decadenza e la irreparabile rovina di quel gran popolo e di quel maraviglioso impero.