Lascio che se la sbrighino i commentatori della Bibbia, che essi sapranno giustificare questi bei Comandamenti che un delirante ebbe ardimento di dire gli venissero dal Signore.
E per lasciare i libri santi, della prostituzione caldaica ho detto come informi Erodoto. Hanno i Babilonesi, egli scrive, una legge infame. Ogni donna nata nel paese è obbligata una volta almeno nella sua vita di andare al tempio di Venere ed ivi abbandonarsi ad uno straniero. Gli stranieri vi passeggiano e scelgono le donne che più gli piacciono ed esse non ponno tornare a casa, se prima qualche forestiero non le abbia avute, invocando la dea Militta, piacendo agli Assiri di dare a Venere questo nome. Nè gli stranieri ponno ricevere rifiuto, perocchè ciò vieti la legge e sacro essendo il denaro che ne è frutto. Quelle che hanno in dote bellezza, non fanno lunga dimora nel tempio; le brutte vi restano fin tre o quattro anni, finchè non abbiano soddisfatta la legge. È agevole capire allora come facilmente avesse ragione Quinto Curzio, quando nella vita d’Alessandro Magno ebbe a dire che nessuna nazione fosse più corrotta della Babilonese; la prostituzione sacra ingenerando l’altra dei costumi. E il fatale esempio si diffuse colle guerre e la prostituzione attecchì presto nella Grecia. Nacque allora il culto di Venere e di Adone, a personificare la passione, perchè gli uomini tendano a divinizzare i loro affetti, e questi poi degenerando nelle diverse manifestazioni, originarono l’Astarte, il dio ermafrodito, che rappresentava i due sessi ad un tempo stesso.
E si fecero misteri e feste a Venere, ad Adone, ad Iside ed alle altre divinità, che con diverso nome rappresentavano la medesima cosa. Pafo, Amatunta, Cipro, Eleusi furono teatro a queste sacre lascivie, che poi ebbero tempio in ogni città greca e quindi in ogni città romana. Nè meno sfrenate furono le sacre orgie dei Persiani in onore di Mitra, i quali del resto, afferma Plutarco, le avessero dedotte dai Parti, passate di poi nella Cilicia, e più tardi, al tempo di Trajano, in Roma, secondo l’opinione di Fréret.
Ho detto che Iside ebbe i suoi misteri; essa era quanto la Venere degli Egizi[147], che sotto quel nome e quello d’Osiride avevano divinizzato la natura fecondante e generatrice.
Il phallus, distintivo della virilità, veniva dalla sacerdotessa d’Iside nelle sacre cerimonie portato chiuso in una teca d’oro. La prostituzione sacra era dunque nel massimo vigore sulle sponde del Nilo; ma ciò che non parrà vero e che proverà ognor più com’essa passasse agevolmente ne’ costumi, si è che Ramsete, re dell’Egitto, 2244 anni prima di Cristo, prostituì nel lupanare la propria figlia, come mezzo politico per discoprire il ladro del suo tesoro, e Ceope fece altrettanto dodici secoli avanti l’era volgare, per provvedere alla spesa d’una piramide, e narra Erodoto che quella brava figliuola volendo inoltre erigerne un’altra per proprio conto, pregasse quelli che la visitavano fornissero ciascuno una pietra per compirne l’opera, e la nuova piramide sorse infatti accanto a quella del padre. — A’ matematici il computare quanti potessero essere gli erotici visitatori di quella virtuosa figlia di re.
Io non posso ricordare il nome delle cortigiane tutte de’ tempi i più remoti, che si resero celebri; pur di taluna farò il nome. L’Iliade cantò le conseguenze del rapimento di Elena, l’infedele consorte di Menelao, nella cui casa Paride violò l’ospitalità, onde ne derivò la Guerra di Troja. Negli episodi di quel divino poema, massime in quelli di Briseide, di Tecmessa e di Cassandra, appartenenti ad Achille, ad Ajace e ad Agamennone, vediamo la prostituzione cui eran sottoposte le schiave, ancor che figlie di re, ma venute per le vittorie in servitù. Poi la storia dei tempi eroici ricordò ancora in Grecia gli adulterj di Clitennestra e d’altre eroine, e i bestiali accoppiamenti di Pasife ed altre molte lussurie infami ed incesti, che parvero perfino parti dell’immaginazione e si confusero colle leggende incredibili della mitologia.
Solo volendo pertanto ricordare quelle che di sè trafficarono a cagion di lucro, terrò conto di Rodope, cortigiana di Tracia, che 600 anni prima di Cristo, fu celebre in Egitto e cui si deve un’altra delle piramidi. La sua bellezza e riputazione è rivelata al re Amasi da un’aquila, che avendole rapita una pianella, ebbe a lasciarla cadere a’ piedi di lui, il quale, fatte le indagini a chi appartenesse, scopriva essere di Rodope e se la volle per amante.
Ma la grande epoca delle cortigiane d’Egitto fu quella de’ Tolomei, tre secoli cioè avanti l’era volgare, e si rammentano i nomi di Cleina cui furon rizzate statue, di Stratonice greca, cui ne onorò Tolomeo Filadelfo la memoria, rizzandole, morta, un mausoleo: Irene, che volle morire col suo reale amante Tolomeo Evergete; e Agatoclea, che appartenne a Tolomeo Filopatore e resse per lui l’Egitto.
Dalla egizia passando alla prostituzione greca, vi troviamo del pari quella sacra; ma cessando questa ben presto, lasciò nei riti le sue traccie. Varie furono le Veneri che si crearono a rappresentare le diverse forme della bellezza e dell’amore; ma Socrate le riassunse in due; nella Venere celeste o dell’amor casto e nella Venere Pandemos o popolare, che ricordai al principiar del capitolo, ossia dell’amore impudico e criminoso. Solone, il severo legislatore, fondò il dicterion o lupanare e coi prodotti di esso eresse un tempio alla Venere Pandemos. E templi sorsero in tante altre città di Grecia a questa Dea, perfino sotto il nome di Eteria o cortigiana e di Peribasia, qualificativo che descriveva l’azione del più svergognato amor fisico. E a questa Dea si consacravano speciali eterie e il culto veniva da esse esercitato. La prostituzione in Grecia si poteva dividere in tre classi: alla prima appartenevano le ditteriadi o le meretrici del popolo; alla seconda le auletridi, o suonatici di flauto, che dopo avere colle tibie rallegrati i banchetti, si mescevano alle orgie che vi ponevano fine; alla terza le eterie. Queste ultime erano bensì cortigiane, ma elette, di peregrina bellezza o d’ingegno, le quali si abbandonavano non a tutti, ma a chi credevano, a seconda del capriccio o della simpatia e il più spesso per ammirazione del talento. Queste tre classi non avevano alcuna relaziona fra loro e le eterie serbavano la loro fierezza, come a un di presso farebbero le lorettes parigine oggidì. Esse infatti frequentavano il Ceramico, dov’erano boschi e portici, giardini e sepolcri dei cittadini morti in guerra e dove traeva la parte ricca e intelligente d’Atene; mentre alle ditteriadi ed alle auletridi riserbavasi il Pireo. Quelle, quantunque non venissero considerate come cittadine, vivevano nondimeno tra uomini eminenti e letterati; queste invece considerate come schiave, liberte o straniere.
Celebri fra le eterie furono Glicera, amante del primo dei poeti comici, Menandro; Lamia amante di Demetrio Poliorcete re dei Macedoni; Taide amata da Alessandro il Grande e che lo seguiva nelle sue spedizioni militari; Cleonice amata da Pausania, che fu anche filosofa, come lo fu Targelia amante ed emissaria di Serse e sposa di poi del re di Tessaglia; Leonzia amata forsennatamente da Epicuro; Archippe e Terride amanti di Sofocle; Archeanassa di Platone, Laide di Diogene, Frine di Iperide, Bacchide di Procle, Teodota di Socrate e più che tutte, che sarebbe troppo lungo enumerare, Diotima la cui saviezza fu encomiata da questo grande filosofo, Erpilli che passò la sua vita con Aristotile ed alla quale ei legò la casa de’ suoi padri, e Aspasia, che bella e filosofa, maestra prima di retorica a Socrate, amica di Alcibiade e Fidia, fu poi amatissima da Pericle, in guisa che l’avesse a sposare, e cui la Grecia andò debitrice di progresso e incivilimento.