NERONE
Avrei creduto
Di aver percorso più lunga distanza.—
Che paurosa fuga! Ad ogni passo
Mi sorgeva d’innanzi un qualche novo
Periglio. Tel ricordi?—Sulla porta
Salaria impetuosa ala di vento
Fe’ svolazzare un lembo del sudario
Nel quale m’ascondeva: un pretoriano
Mi riconobbe e mi mandò un saluto...
Più lunge con orribile fragore
Un fulmin quasi mi strisciò la veste...
E quell’esangue corpo che, deforme
Per più ferite, con le braccia aperte
Traversava il sentiero!... O mio liberto,
La stanchezza mi vince, e orribil sete
Mi tormenta le fauci.
ATTE (ad Epafrodito, accennandogli una tazza che sta sopra la tavola)
Va, riempi
Quella tazza nell’acqua del fossato
Che fiancheggia la strada.
(Epafrodito piglia la tazza ed esce)
NERONE
E l’ora?
FAONTE
Nasce
L’alba.
NERONE